La Befana: storia, tradizioni e folclore italiano

C’è un suono che la notte tra il 5 e il 6 gennaio fanno solo certi stivali di feltro. Pochi grammi, uno scricchiolio gentile sul parquet vecchio, sempre verso le tre del mattino. Se ti svegli, sai. Se non ti svegli, sai lo stesso. Perché la mattina la calza è piena, e ieri sera non lo era.

Quella vecchina sulla scopa è passata da casa tua.

Noi Magikitos la Befana la conosciamo da sempre. Sappiamo come ride sotto la cuffia, perché porta il carbone, dove dorme nei mesi che non sono gennaio, e perché in Italia le sue calze hanno un’anima che nessun’altra calza al mondo conosce. Oggi te la raccontiamo per davvero, mica con i copia-incolla generici che girano da anni. La storia vera della Befana, dalle radici pagane all’Epifania moderna. Dai, sediamoci.

Chi è davvero la Befana?

La Befana è una vecchina volante che la notte dell’Epifania, tra il 5 e il 6 gennaio, vola sopra i tetti d’Italia su una scopa di saggina vecchia, infila le calze appese al camino con dolci e doni per i bambini buoni, e lascia pezzi di carbone (oggi quasi sempre di zucchero) a quelli che hanno fatto i capricci. Non è una strega, mica davvero. È più una nonna magica e un po’ burbera, con il cuore pieno di farina e la cuffia legata male, che da secoli porta avanti un patto silenzioso con le famiglie italiane.

Nei villaggi di una volta la chiamavano in mille modi diversi: la Vecchia, la Pasquetta, la Marantega in Veneto, la Befania nelle Marche. Sempre la stessa, sempre diversa. Una creatura nostra, italiana fino al midollo, che non si traduce e non si esporta.

Qual è la vera storia della Befana?

La storia comincia molto prima del cristianesimo, con le antiche feste agricole romane di fine anno, quando una figura femminile volante simboleggiava il passaggio dall’inverno alla nuova stagione. Le dee Diana, Ecate e Sàtia volavano sopra i campi nelle ultime notti di gennaio a benedire i raccolti dell’anno successivo. Quando arrivò il cristianesimo, queste figure pagane si mescolarono con il racconto evangelico dei Re Magi, e nacque la Befana che conosciamo: una vecchina che, secondo la leggenda, non volle seguire i Magi a Betlemme e adesso, per espiare, gira ogni anno cercando il Bambino Gesù in ogni casa d’Italia, lasciando doni a tutti i bambini per non sbagliare.

È folclore stratificato, mica una favola inventata ieri. Sotto la cuffia rattoppata della Befana ci sono millenni di credenze contadine, di mezze paure invernali e di magia femminile rurale. Per questo a noi Magikitos piace così tanto: è una creatura vera, con radici profonde, mica un personaggio costruito a tavolino per vendere panettoni.

Quando è la Befana?

La Befana è la notte tra il 5 e il 6 gennaio, ovvero l’Epifania, che chiude ufficialmente le feste natalizie in Italia. Per tutti i bambini italiani, la mattina del 6 gennaio è una piccola seconda Vigilia: ci si sveglia presto, si corre al camino o vicino alla finestra dove la calza è stata appesa la sera prima, e si scopre cosa la Befana ha portato. Dolci, mandarini, qualche piccolo gioco, e nei casi più sfortunati un pezzetto di carbone che oggi è quasi sempre di zucchero nero.

Il proverbio Epifania tutte le feste si porta via non è scritto a caso: dopo il 6 gennaio si tirano via gli addobbi, il presepe si smonta, l’albero si spoglia. La Befana è il punto finale, il sipario che si chiude sulla stagione magica e fa ricominciare la vita normale. Mica triste: doloroso quanto basta per ricordarci che la magia, per essere magica, deve anche sapere finire.

Dove vive la Befana?

Nei racconti popolari la Befana vive in un casolare nascosto sull’Appennino, in una valle che cambia posizione a seconda della regione che racconta la storia. In Umbria dicono che abita vicino a Urbania, nelle Marche, dove dal 1997 si tiene una grande festa nazionale a lei dedicata. In Toscana la vedono ancora più su, fra i boschi attorno alla Befana di Montepulciano. In Veneto la collocano fra le montagne del Cadore. La verità è che la Befana vive ovunque ci sia una calza appesa con cura e un bambino addormentato che ci crede ancora un po’.

La Befana esiste davvero?

Esiste come esistono tutte le cose che migliaia di persone hanno tenuto vive per secoli con i loro gesti. Esiste perché ogni 5 gennaio sera milioni di calze vengono appese in Italia. Esiste perché un bambino italiano che si sveglia il 6 gennaio sente nello stomaco una felicità che ha la stessa forma da generazioni. Esiste come esistono i racconti, le tradizioni, i riti che si tramandano da nonna a nipote: nella misura in cui qualcuno continua a farli succedere. La Befana è reale esattamente quanto la voglia di crederci, di tramandarla, e di metterci dentro un mandarino quest’anno anche per il vicino di casa.

Mica una risposta filosofica vaga. È una risposta concreta: se la tieni viva, lei vive. Se la liquidi come una favoletta da scaffale, sparisce. La differenza la fai tu.

Cosa mette la Befana nella calza?

Tradizionalmente: dolci della tradizione italiana (mandorlati, torroncini, cioccolatini, caramelle assortite), un mandarino o un’arancia con la buccia profumata, qualche piccolo gioco di legno o di stoffa, una pergamena con un piccolo messaggio, e l’iconico carbone (oggi di zucchero) per i momenti in cui durante l’anno la condotta è stata, diciamo, creativa. Mica è una calza solo di dolci industriali: la vera calza della Befana ha dentro un mix curato, un po’ goloso, un po’ simbolico, un po’ artigianale.

Una cucina rustica italiana all’alba del 6 gennaio, una lunga calza di lana rigata appesa a una trave, carbone e mandarini dentro, figure di terracotta sulla tavola
La mattina dell’Epifania, prima che la casa si svegli del tutto, la cucina ha sempre quest’aria di magia appena passata.

Befana o Babbo Natale, chi porta cosa?

Babbo Natale arriva il 24 dicembre notte, lascia i regali grandi sotto l’albero, e se ne va in slitta verso il Polo Nord. La Befana arriva la notte del 5 gennaio, porta dolci e piccoli giochi nella calza appesa al camino, e se ne va in scopa verso il suo casolare segreto. Sono due figure complementari nel calendario italiano dell’infanzia: l’una apre il ciclo delle feste, l’altra lo chiude, e insieme tengono accesa la magia di un mese intero. Mica si fanno concorrenza, dai: si passano il testimone.

In tante famiglie italiane la calza della Befana è considerata persino più sentita dei regali del 25 dicembre. È più piccola, più rituale, più legata al risveglio mattutino del 6 gennaio. È la festa dei dettagli, mentre Natale è la festa del fasto. Ognuna ha la sua bellezza, mica si escludono.

Una vecchia scopa di saggina appoggiata a un muro di pietra in un cortile italiano al crepuscolo, tegole innevate, una piccola porta intagliata alla base di un ulivo
La scopa, posata fuori, in attesa del prossimo gennaio.

In certi paesini del centro Italia c’è ancora chi, il 7 gennaio, lascia la propria vecchia scopa di saggina fuori dalla porta come segno di rispetto. Non perché serva alla Befana, la sua scopa magica ce l’ha lei, ma perché è un gesto di gratitudine. Una scopa fra le altre scope, posata con cura, per dire grazie del giro di stanotte.

I gesti minimi, quelli silenziosi, sono quelli che tengono vive davvero le tradizioni.

Dove trovi una calza della Befana artigianale con anima?

Dove qualcuno la cuce a mano. Le calze prodotte in serie e riempite di caramelle industriali non sono la calza della Befana, sono solo una calza. La vera calza della Befana ha la lana tessuta con cura, le strisce dipinte una a una, dentro ha dolci scelti e oggetti che parlano della famiglia che la riceve. Noi Magikitos lavoriamo con Carmen, a Taramundi, che cuce calze in lana con un’attenzione che la grande distribuzione non ha mai saputo replicare. Trovi le nostre fate e i piccoli tesori della Befana sui nostri scaffali artigianali.

Il discorso è sempre lo stesso: il modo in cui scegli gli oggetti del rito conta quanto il rito stesso. Una calza scelta con cura porta una Befana più contenta. Una calza usa-e-getta porta giusto la calza, mica la Befana.

La Befana non porta solo dolci. Porta il segnale che la magia di gennaio si è chiusa con cura, e che l’anno nuovo può cominciare per davvero.

I Magikitos, dall’atelier di Taramundi

Perché la Befana porta il carbone?

Il carbone nella calza è uno dei simboli più antichi del folclore italiano dell’Epifania, e mica significa solo punizione. Le sue origini sono molto più ricche: nelle credenze contadine antiche, il carbone della Befana rappresentava il fuoco rinato del solstizio invernale, il ciclo che si chiude e ricomincia, il piccolo cuore nero da cui rinasce la luce. Nei secoli successivi è diventato il simbolo morbido della monelleria, un modo per ricordare ai bambini che le loro marachelle erano state notate, senza per questo togliere loro l’amore di una nonna magica che gli vuole bene comunque. Oggi il carbone è quasi sempre di zucchero nero, e accompagna sempre, quasi sempre, anche dei dolci veri, perché la Befana è severa ma giusta, e la sua ramanzina ha sempre un fondo di tenerezza.

In sintesi: il carbone non è una punizione, è un messaggio. È la Befana che ti guarda negli occhi e ti dice ho visto tutto, ma sorridendo. È folclore, mica giudizio.

Come si racconta la Befana ai bambini di oggi?

Con verità, con poesia, e senza esagerare con le punizioni. Si racconta che la Befana vola sopra le case, che ha il cuore buono ma le maniere brusche, che porta dolci a chi è stato bambino sincero durante l’anno e un piccolo carbone (sempre dolce) a chi ha avuto qualche capriccio di troppo. Si racconta che è italiana, che vive da noi da sempre, che è cugina della scopa e nipote del camino, e che è viva finché qualcuno crede e appende la calza. Si racconta che è un patto: tu fai il bravo, lei fa la magia. Mica complicato.

I bambini sentono benissimo la differenza fra una favola raccontata di corsa e una storia tramandata con cura. La Befana, raccontata bene, regge fino ai dieci-undici anni senza fatica, e poi entra nel lo so ma facciamo finta, che è la fase più dolce di tutto il rito.

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