Wabi-sabi: anche il bello invecchia

Immagina di passare a bere un tè e di trovarti in mano una tazza un po’ storta. La giri e mi chiedi se è caduta prima di entrare nel forno. Io dico che ha carattere. Tu rispondi che ce l’ha pure tuo cognato, ma mica lo mettono in vetrina.

Ci facciamo una risata. Il tè resta nella tazza. E da qui può nascere una conversazione più interessante di quella in cui decidiamo se ogni cosa debba sembrare appena tirata fuori dalla scatola.

Il wabi-sabi ci dà lo spunto per parlare di bellezza, tempo e oggetti quotidiani. Conviene conoscerne un po’ il contesto prima di appiccicare l’etichetta a ogni muro scrostato. Un tubo che perde non ha per forza raggiunto l’illuminazione.

Che cosa significa wabi-sabi?

Nell’estetica giapponese, wabi richiama una bellezza sobria, sabi l’invecchiamento e la patina. È un primo orientamento. Le sfumature sono approfondite nell’enciclopedia di filosofia di Stanford.

Due righe non esauriscono l’argomento. Non è nemmeno un regolamento seguito allo stesso modo da tutti i giapponesi, né una legge per cui ciò che è rotto diventa automaticamente bello. Qui proviamo a osservare meglio, senza sostituire un esame di perfezione con un altro.

Il Metropolitan Museum spiega il legame con il tè: maestri come Sen no Rikyū apprezzavano recipienti rustici e irregolari. L’apparente semplicità poteva richiedere grande abilità.

Guardare la tazza prima di darle un’etichetta

Torniamo alla nostra tazza immaginaria. Puoi notare le variazioni dello smalto, la curva del bordo o una traccia lasciata da chi l’ha realizzata. Magari ti piace un sacco. Magari ne preferisci una più liscia. Non ti cacciamo dalla cucina per questo.

Trovare interessante una forma irregolare non significa fingere che ogni difetto migliori un oggetto. Se il tè ti finisce sui pantaloni, il problema non è la tua scarsa sensibilità artistica. Doveva restare nella tazza.

La distinzione torna utile anche in casa. Può piacerti un segno d’uso e, allo stesso tempo, puoi voler sistemare un pezzo che si muove. Prendersi cura di qualcosa non vuol dire cancellarne tutta la storia.

La foto e quello che resta fuori

Statuina di Magikito con cappello viola su un tavolo di legno, accanto a un paio di occhiali da sole
Legno, stoffa e un cappello che non è venuto a fare un’ispezione.

Nella foto ci sono una statuina di Magikito, degli occhiali e un tavolo con le venature ben visibili. Possiamo guardare i materiali senza organizzare una gara di autenticità. La scena è preparata, come in tante fotografie, e questo non le toglie il suo fascino. Non dimostra nemmeno che chi l’ha sistemata abbia risolto tutti i suoi problemi. Il folletto sembra più interessato a tenere il posto che a fare una lezione di estetica giapponese. Questa parte ce la siamo appena inventata.

Se ti diverti a preparare una foto, ci sta. Se invece sposti la stessa tazza da un’eternità e non ne puoi più, puoi anche smettere. Non serve una prova fotografica che dimostri quanto vivi bene. Una foto mostra un’inquadratura, non l’intera settimana di una persona. E magari ti va pure di fare colazione prima che si raffreddi tutto.

Kintsugi: la riparazione si vede

Il kintsugi tradizionale unisce i frammenti di ceramica con adesivi a base di lacca urushi, rifinendo le giunture con polvere d’oro. Japan House London illustra il procedimento.

La riparazione può entrare a far parte dell’aspetto dell’oggetto. Questo non significa che in Giappone nessuno butti una ciotola o che rompere qualcosa ne faccia salire il prezzo. Non serve spaccare una tazza per darle una storia. Sopravvivere al lavaggio è già un’avventura.

Come metafora, può piacerti l’idea di andare avanti senza fingere che non sia successo niente. Ma cosa raccontare e cosa tenere per te lo decidi tu. Il tuo dolore non deve diventare bello per meritare attenzione. Non devi esporlo per dimostrare di aver imparato qualcosa.

Il tavolo della nonna e quello di ieri

Magari conservi un tavolo perché ricordi le merende fatte lì intorno. C’è il segno di un bicchiere e un angolo più consumato. Quel legame è tuo. Non serve che un ospite lo capisca o che un antiquario gli dia un prezzo.

Anche un tavolo nuovo può diventare importante. Oggi arriva il mobile, domani qualcuno rovescia la cioccolata durante una conversazione che ricorderai per vent’anni. L’affetto non richiede un certificato di antichità. Un oggetto prodotto in serie non è escluso in partenza.

I nostri folletti hanno le loro rughe

Statuina di Magikito dai capelli bianchi e con cappello marrone tra i rami, con abiti lavorati a maglia e ciondolo
Un viso modellato, vestiti a maglia e mani che sembrano avere qualcosa da raccontare.

Questa statuina ha le rughe modellate e i capelli bianchi. Sono tratti di un personaggio, non prove della sua età. Nella nostra raccolta di folletti puoi osservare espressioni, vestiti e gesti. Questo ce lo immaginiamo mentre spiega per filo e per segno qual è il miglior posto all’ombra in giardino. Dopo mezz’ora sarebbe ancora lì a spiegare e non si sarebbe nemmeno seduto.

Le statuine artigianali in porcellana fredda rappresentano i Magikitos. Possono avere dettagli diversi ed essere realizzate con cura. Un cappello storto può essere una scelta buffa. Un pezzo che si stacca è un’altra faccenda. Chiamare tutto «carattere» sarebbe un po’ troppo comodo.

Wabi-sabi e minimalismo sono la stessa cosa?

No. Scegliere di avere meno oggetti, come proponiamo nell’articolo sul minimalismo, è diverso dall’apprezzarne le superfici o i segni d’uso. Le due cose possono convivere nella stessa casa. Non serve contrapporre una stanza bianca e impeccabile a una marrone e disordinata.

Comincia da qualcosa che hai già

Scegli un oggetto quotidiano e osservalo per un momento. Cosa ti piace, a cosa ti serve, cosa vuoi conservare e cosa andrebbe sistemato? Puoi riordinargli intorno, pulirlo o spostarlo. Apprezzarlo non ti obbliga a tenerlo per sempre.

Se questo modo di guardare ti dice qualcosa, portalo con te. Altrimenti non ti togliamo il diritto di amare le cose belle. Noi torniamo alla tazza. Tu continui a dire che somiglia a tuo cognato. Almeno questa sa stare zitta.

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