Cannella e lo scompiglio nell'archivio dei rullini.
Il ronzio monotono della ventilazione forzata, dentro il magazzino della ditta Scatti e Memorie, ricordava il lamento di un vecchio motore ingolfato. L'aria all'interno di quella stanza d'angolo era fredda, satura di un sentore aspro di acidi di fissaggio esausti, cartone pressato umido e polvere di vecchie diapositive accumulate nei cassetti di metallo. Sotto la luce giallastra e tremolante dei vecchi faretti a binario, gli ammassi di scatole d'archivio creavano ombre geometriche sulle pareti di cemento grezzo.
Dietro il tavolo di smistamento, il responsabile del catalogo, il signor Ernesto, verificava i codici delle pellicole storiche con tocchi rapidi della penna ottica. Era un uomo consumato da un rigore burocratico e da una noia pesante che gli azzerava ogni entusiasmo. Segnava le date di scadenza su un tablet graffiato e non rivolgeva mai la parola al suo giovane tirocinante, Marco, se non per criticare un errore di inserimento dati o una scatola posizionata fuori asse. Il suo mutismo severo gravava sull'intero stanzone, riducendo le ore di catalogazione a un percorso obbligato di compiti tutti uguali, privo di qualunque comunicazione o calore spontaneo.
Nascosto dentro lo scomparto vuoto di un vecchio proiettore di diapositive, poggiato sul piano superiore, un minuscolo essere agitava i ciuffi delle orecchie. Era Cannella, un Magikito della famiglia dei Folletti, non più alto di una boccetta di profumo. Indossava un paccionto bizzarro ricavato da un lembo di vecchio panno di velluto nero da camera oscura, fissato con un filamento di stagno, e portava in testa un cappellino a cono ricavato da un guscio di nocciola selvatica.
Cannella avvertiva quella freddezza opprimente, quel senso di isolamento come una barriera grigia che bloccava ogni slancio vitale nell'ambiente. I Folletti rilevano lo spegnersi dell'allegria e intervengono, e lui adorava congegnare scarsi materiali per dare uno scossone alla rigidità che soffoca l'inventiva. «Questo uomo ordina i ricordi degli altri, ma trasformati proprio in un elenco freddo», valutò il Folletto. «Ci vuole una trovata totalmente assurda per ridare un po' di colore a questo pomeriggio.»
Si calò giù dal ripiano, muovendosi come un'ombra tra i contenitori di plastica. Sul bordo del bancone, proprio di fianco alla tastiera di Ernesto, c'era un flacone di gel detergente protettivo, utilizzato per eliminare le impronte negativi. Cannella ci saltò sopra, tirò fuori dalla tasca una fiala di linfa di biancospino di taramondi, ne versò tre gocce d'enzo nel liquido e, con un soffio rapidissimo, disperse sulla superficie un pizzico di polline di ginepro selvatico.
Zic! Trac! La materia mutò natura in un attimo. Quando Ernesto applicò una noce di quel gel sullo straccetto di microfibra, la superficie trasparente si comportò in modo del tutto inaspettato. Dallo strumento iniziò a diffondersi un vapore tiepido e densissimo che sapeva di grasso stagionato, aglio fresco, pepe nero e cera d'api idratante.
Il catalogatore tese i muscoli del viso, completamente spiazzato da quel profumo alimentare così fuori contesto. Sotto lo sguardo sbigottito di Marco, i rullini fotografici sistemati nelle cassette iniziarono a modificarsi. I cilindri di plastica nera si allungarono e cambiarono consistenza, tramutandosi in una dozzina di incredibili e bizzarri tubetti di burro cacao al salame. Erano piccoli stick cosmetici fatti di una pasta rosata e lucida, racchiusi in involucri di finto budello vegetale, che schizzarono fuori dalle scatole, fluttuando a mezz'aria, iniziando a scivolare lungo i bordi metallici degli scaffali.
Producevano un suono ritmico, uno strofinio morbido e continuo che richiamava il tempo di una canzonetta da fiera di paese. Il distacco che congelava i pensieri di Ernesto si frantumò all'istante. Posò la penna ottica mentre i suoi lineamenti duri si aprivano in una risata fragorosa e liberatoria che il ragazzo non gli aveva mai sentito mettere. Il risveglio coinvolse l'intero magazzino con un'allegria travolgente.
Marco abbandonò i faldoni, afferrando al volo uno degli stick al salame che galleggiava vicino al suo viso. La stranezza totale e il profumo rustico del cosmetico cancellarono ogni barriera di isolamento tra i due. Ernesto, completamente trasformato, si alzò dalla sedia e si avvicinò al tavolo del tirocinante, iniziando a chiacchierare senza sosta, raccontando storie divertenti sui vecchi reportage e ridendo di cuore, mentre i piccoli tubetti continuavano a fare carambole sui ripiani.
Lo stanzone freddo era diventato uno spazio accogliente, pieno di calore condiviso e nuova complicità professionale. Dall'interno del proiettore a carosello, Cannella guardava col vivace disordine tra le scatole e i rullini, strofinandosi le mani per la contentezza. La sua marachella aveva scosso la monotonia di quel turno di lavoro.
Si sistemò il cappellino di nocciola, fece una capriola invisibile e si infilò nella tasca del giaccone di Marco, che si apprestava a chiudere la borsa, pronto per la prossima missione. Perché a volte basta far scivolare un pizzico di stravagante ironia nella routine per scoprire che anche l'angolo più grigio può trasformarsi nel palcoscenico di una splendida intesa.