Cannellino nel retrobottega dello speziale
Il tonfo ritmico del pestello di pietra sul fondo del mortaio di bronzo scandiva il tempo tra le mura della spezzeria La Fenice, simile al battito di un cuore stanco. L'aria in quel retrobottega era densa, impregnata di un aroma pungente di radici di rabarbaro, camfora e cera d'api, usata per sigillare i vasi di terracotta. Dalle finestre alte e strette entrava un barlume crepuscolare che tagliava a metà i banconi di marmo scuro, lasciando nella penombra gli scaffali colmi di vecchi flaconi polverosi.
Lì dentro il mastro farmacista, il signor Barnaba, dosava i grani di senape premendo i polpastrelli sui piattini della bilancia d'ottone. Era un uomo indurito da una severità cronica e da un attaccamento maniacale ai grammi. Registrava le formule su un quaderno logoro e rimproverava i suoi due giovani aiutanti, Jacopo e Caterina, per ogni minima esitazione. «Questa arte non ammette distrazioni. Se sbagliate le proporzioni dei componenti anche di un solo grano, l'intero decotto sarà da buttare», decretava, con un tono freddo che metteva i brividi, diffondendo un senso di oppressione tra le pareti di pietra.
Nascosto sotto il coperchio di zinco di un vecchio bollitore di rame smontato, in un angolo in ombra, un piccolo essere muoveva i ciuffi delle orecchie. Era Cannellino, un Magikito della famiglia dei Folletti, non più alto di un rametto di vaniglia. Indossava un panciotto bizzarro ricavato da un pezzo di vecchia tela di iuta, unito da fili di canapa grezza, e portava in testa un cappellino a cono fatto con una scorza di noce moscata svuotata.
Cannellino percepiva l'ansia e la frustrazione dei due ragazzi come un soffio gelido sulla faccia. I Folletti avvertono il peso dei cuori spenti e intervengono. Lui amava architettare scherzi materiali per rompere la rigidità che cancella l'entusiasmo. «Quest'uomo mescola le erbe con il cucchiaio del malumore», rifletté la creatura. «Ci vuole una sterzata inaspettata per ridare slancio a queste giornate».
Uscì dal suo nascondiglio, muovendosi come un'ombra tra i vasi di vetro. Sul ripiano degli unguenti, di fianco al pestello di Barnaba, si trovava un barattolo di sciroppo di glucosio, usato per addensare le pillole. Cannellino ci saltò dentro, prese dalla tasca una fiala di linfa di sambuco di Taramundi. Ne versò tre gocce dense nella miscela e ci soffiò sopra un pizzico di polvere di salvia. Flop, clic! La materia si trasformò all'istante.
Quando Barnaba passò la spatola d'acciaio imbevuta di quel composto sulla pietra per amalgamare i panetti di pasta medica, lo sciroppo si comportò in modo assurdo. Dalla superficie di marmo iniziò a sollevarsi un vapore azzurrino e tiepido che profumava di mandorle tostate, miele di zagara e crema pasticcera calda. Lo speziale contrasse i muscoli del collo, spiazzato da quella novità. Sotto gli occhi meravigliati dei ragazzi, i grumi scuri della mescola iniziarono a brillare sul fondo.
I grani si gonfiarono e si ammorbidirono, tramutandosi in una miriade di incredibili e croccanti stelle di zucchero candito. Erano piccoli astri dolci che presero a fluttuare nell'aria del laboratorio, ruotando a tempo con i rintocchi del mortaio e diffondendo un suono soffuso che ricordava la melodia di un carillon suonato a festa. La rigidezza che bloccava i movimenti di Barnaba svanì di colpo, sostituita da uno stupore purissimo.
Posò la spatola, mentre i suoi lineamenti duri si distendevano in un'espressione che non mostrava da quando era un semplice apprendista. Il risveglio coinvolse l'intera stanza con una forza travolgente. Caterina, vedendo quelle stelle di zucchero galleggiare nell'aria, allungò la mano e ne afferrò una al volo. Il sapore dolce e la consistenza perfetta le strapparono un sorriso limpido che cancellò ogni traccia di sottomissione.
Barnaba, completamente trasformato, invitò i ragazzi al centro della stanza, offrendo loro i dolci fluttuanti e iniziando a preparare i sacchetti con una leggerezza mai vista, ridendo degli imprevisti e scherzando sulle dosi. Il retrobottega freddo era diventato un laboratorio pieno di allegria e complicità.
Dall'alto del vecchio bollitore di rame, Cannellino guardava quel trambusto festoso tra i vasi e le bilance, strofinandosi le mani per la contentezza. La sua trovata aveva ridato vita all'ambiente. Si sistemò il berretto di noce moscata, fece una capriola silenziosa e si infilò nella tasca del grembiule di Jacopo, pronto per la prossima missione.
Perché a volte basta inserire una frazione di dolce follia nella routine per scoprire che la giornata più pesante può trasformarsi in un meccanismo perfetto di pura felicità.