No! La parola rimbalzò contro il sipario, attraversò il palco e si schiantò contro la parete del teatro. «No, no, e ancora no!». Il maestro Armando incrociò le braccia. Davanti a lui c'erano venti ragazzi del coro cittadino, venti facce abbattute, venti schiene piegate, venti persone che, cinque minuti prima, avevano voglia di cantare. «Siete fuori tempo, siete stonati, non ci siamo proprio!».
Ogni prova finiva allo stesso modo e ogni settimana qualcuno smetteva di presentarsi. Il teatro delle mille prove era un edificio meraviglioso, balconate di legno lucido, lampadari color miele e tendaggi rossi che profumavano di polvere e velluto. Ma l'atmosfera era diventata pesante, le note sembravano aver paura di uscire.
Nascosta dietro un vecchio megafono, dimenticato dietro le quinte, una Magikita ascoltava tutto. Si chiamava Canta Luna. Era una fata con un impermeabile cucito usando ritagli di spartiti musicali e una corona fatta di mollette da bucato argentate. Quando qualcuno smetteva di credere in se stesso, lei lo sentiva come una corda che si allenta. Quella sera ne sentiva decine.
Accanto a lei sonnecchiava il suo Animagikito, un pipistrello minuscolo di nome Ecoletto. Aveva le ali ricamate da piccoli cerchi color rame e l'abitudine di dormire appeso nei posti più improbabili. In quel momento pendeva da una lampadina, a testa in giù, naturalmente. «Li senti?», sussurrò Canta Luna. Ecoletto aprì un occhio, che nel linguaggio dei pipistrelli magici significava più o meno: anche troppo.
La Magikita sospirò, poi osservò qualcosa. Allineati vicino al palco c'erano decine di microfoni, vecchi, nuovi, grandi, piccoli, microfoni di ogni forma, e all'improvviso le venne un'idea così assurda che scoppiò a ridere da sola. A mezzanotte, quando il teatro si svuotò, entrò in azione. Saltò sul primo microfono, sul secondo, sul terzo. Ecoletto svolazzava sopra di lei, lanciando minuscoli ultrasuoni scintillanti.
Ogni volta che una di quelle onde colpiva un microfono, dentro all'apparecchio rimaneva intrappolata una nota, una sola, poi un'altra, poi un'altra ancora. Per tutta la notte lavorarono senza fermarsi. All'alba il risultato era pronto: ogni microfono del teatro aveva sviluppato una strana personalità e una fissazione. Poteva cantare una sola canzone, una sola, per sempre.
Il primo conosceva soltanto una vecchia ninnananna, il secondo una canzone marinara, il terzo una serenata, il quarto una buffissima filastrocca sui cavoli. Quando il coro tornò per le prove, il disastro iniziò immediatamente. Una ragazza accese il microfono. Il microfono rispose: «Dormi, piccino, sotto le stelle». L'intero teatro sobbalzò.
Un ragazzo provò il successivo. «Uno, due, tre, oh issa, marinai del porto!». Ne accesero un altro. «I cavoli ballano il tango nella pentola». Nel giro di due minuti il palco era diventato una follia musicale: microfoni che cantavano, microfoni che litigavano, microfoni che cercavano di sovrastarsi a vicenda. Il maestro Armando era sconvolto. «Spegneteli!». Troppo tardi.
Ormai il coro rideva, rideva davvero. Alcuni cercavano di seguire le melodie, altri inventavano armonie, qualcuno improvvisava, qualcun altro ballava. Una bambina, che non aveva mai avuto il coraggio di cantare da sola, si ritrovò a fare un duetto con il microfono della ninnananna. Un ragazzo timido armonizzò perfettamente con quello dei marinai. Persino gli errori diventavano divertenti. Per la prima volta da mesi nessuno aveva paura di sbagliare.
E fu allora che il maestro Armando si accorse di qualcosa: quando i ragazzi smettevano di preoccuparsi della perfezione, cantavano meglio. Molto meglio. La musica respirava, le voci si cercavano, le persone si ascoltavano. Rimase immobile, con le mani nelle tasche, a guardare.
Poi una bambina gli porse un microfono, proprio quello dei cavoli. «Vuole provare?». «Io?». «Certo!». Armando esitò. Poi accese il microfono. «I cavoli ballano il tango nella pentola», e tutto il coro esplose dalle risate, e il maestro Armando rise più forte di tutti.
Da quel giorno le prove cambiarono. All'inizio di ogni incontro, per dieci minuti, lasciavano che i microfoni scegliessero una canzone a caso. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo, ed era proprio quello il bello. Le persone arrivavano in anticipo, restavano dopo le prove, facevano amicizia, cantavano senza paura.
Quando finalmente arrivò il grande concerto cittadino, il pubblico rimase senza parole. Non perché il coro fosse perfetto, ma perché sembrava felice. E la felicità, quando canta, si sente da molto più lontano di una nota impeccabile.
Quella sera, nascosta tra le corde che reggevano il sipario, Canta Luna osservò il teatro pieno. Ecoletto dormiva appeso alla sua spalla, russando piano. La Magikita sorrise. Sotto di lei centinaia di persone battevano le mani a tempo. Nessuno aveva scoperto il segreto dei microfoni, e andava benissimo così.
Con un piccolo salto si lasciò scivolare nell'ombra delle quinte e sparì. Dietro di lei restò un teatro che aveva ritrovato la propria voce e una melodia semplice da portarsi nel cuore. Le cose più belle non nascono quando tutto suona perfetto, ma quando qualcuno trova finalmente il coraggio di farsi sentire.