Nel sottotetto di un vecchio palazzo, Nicola trascina le giornate in un laboratorio pieno di polvere e nostalgia. Ma tra i cassetti si nasconde Cartolina, una Magikita della Stirpe delle Fate, pronta a risvegliare con delicatezza un desiderio che sembrava perduto.

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La storia

Cartolina nella serra dei tetti

La luce dell'alba faticava a scaldare il laboratorio di rilegatura ricavato nel sottotetto di un vecchio palazzo di ringhiera, dove l'aria odorava di colla di farina, spago di canapa e carta bagnata. Grandi finestre affacciate sui tetti della città erano rigate da una pioggerellina sottile, mentre sul tavolo da lavoro si ammucchiavano pile di diari commerciali, tutti uguali, coperti da una patina di polvere grigia.

Seduto sullo sgabello c'era Nicola. Muoveva le mani stanche tra i fogli di cartone con una lentezza rassegnata, lo sguardo perso dietro ai vetri e la mente prigioniera di una nostalgia che paralizza. Da quando si era trasferito in quella metropoli di cemento, sentiva la mancanza dei boschi della sua infanzia, come un vuoto che spegneva ogni sua vecchia ambizione.

Nascosta dentro un vecchio cassetto di legno colmo di caratteri mobili di piombo, una creaturina minuscola muoveva le orecchie con curiosità. Era Cartolina, una Magikita della Stirpe delle Fate, alta non più di una matita consumata. Indossava un vestitino unico nel suo genere, ricavato interamente da frammenti di vecchie mappe stradali e francobolli colorati, e in testa portava una corona fatta con un pezzetto di fil di ferro da fiorista, gommato verde.

Cartolina captava la malinconia silenziosa di Nicola come un brivido freddo sulla pelle. Le Fate come lei non amano fare scherzi birichini, ma il loro superpotere è accendere i desideri che le persone credono ormai addormentati. «Questo rilegatore ha il cuore intrappolato nei ricordi grigi», pensò Cartolina stringendo le sue manine. «È il momento di piantare una magia che cresca con calma».

Sgattaiolò fuori dal cassetto e raggiunse il bancone sul retro, dove Nicola conservava un quaderno speciale: un album con la copertina di cuoio grezzo che non aveva mai avuto il coraggio di iniziare. La Fata ci saltò sopra e aprì la prima pagina bianca. Tirò fuori dalla tasca del suo abito di mappe una boccetta di linfa di betulla di Taramundi, ne versò una goccia al centro del foglio e, muovendo le mani con grazia, ci soffiò sopra un pizzico di polvere di muschio lucente.

Flick, flack, flock! Il meccanismo magico radicato nell'anima stessa di quel laboratorio si attivò in silenzio. Non ci fu un'esplosione immediata. Quella notte, mentre Nicola dormiva nella stanza accanto, la magia seminò qualcosa che creò un crescendo invisibile sulle pagine. Le fibre della carta iniziarono a trasformarsi: piccoli nodi verdi spuntarono dai margini dei fogli e minuscole venature vegetali presero a scorrere sotto la superficie della cellulosa.

Il colpo di scena si rivelò il giorno dopo, quando Nicola tornò al bancone. Appena aprì l'album di cuoio, restò inchiodato sul posto, sgranando gli occhi. Il volume non conteneva più fogli di carta bianca, ma era diventato un vero e proprio quaderno di foglie vive. Ogni pagina era una foglia gigante, fresca, turgida e flessibile: una di quercia, una di felce argentea, una di acero scarlatto, che respirava piano e profumava intensamente di terra bagnata, resina e primavera.

La trasformazione profonda scattò nell'istante in cui l'artigiano sfiorò la pagina di felce. Non fu un cambio corporale o rumoroso. Fu un risveglio intimo e silenzioso. Toccando quel quaderno di foglie, Nicola sentì la nostalgia paralizzante svanire, sostituita da un'ispirazione caldissima e potente. Il legame con la natura, che credeva perduto, era vivo, lì, tra le sue dita.

Nei giorni successivi, l'album continuò a fiorire. Se Nicola scriveva una parola sulla pagina di quercia, piccoli fiori di campo germogliavano all'istante lungo i tratti dell'inchiostro. Il suo blocco era sparito. Riprese a creare diari unici, inserendo elementi botanici e profumi nei suoi lavori, ritrovando la gioia di un mestiere che era tornato a essere pura poesia.

Con il passare della settimana, la voce di quei diari viventi si sparse. Non ci fu una folla a ballare nel laboratorio, ma un pellegrinaggio lento di persone timide, studenti e sognatori che salivano i gradini del sottotetto per riscoprire, anche solo accarezzando quelle pagine di foglie, una frazione del loro coraggio dimenticato.

Dall'alto di una trave di legno del soffitto, Cartolina contemplava quel viavai silenzioso, con un sorriso dolce. La stanza della rilegatura era diventata una serra di sogni ritrovati. Si sistemò la corona di fil di ferro, fece un piccolo cenno di saluto con la mano e scivolò fuori dall'abbaino, verso i tetti della città, pronta per la prossima storia.

Perché a volte la magia non ha bisogno di fare rumore per cambiare il mondo. Le basta gettare un seme segreto e lasciarlo fiorire una pagina alla volta.

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