Nel seminterrato del Teatro Carlo Felice, tra stoffe, aghi e nervi tesi, la sartoria vive un momento di pura ansia.
Ma Chiffon, una Magikita, e Sgranocchio, il suo Animagikito topo, non restano a guardare.
Tra magia minuta e fili di luce, qualcosa sta per cambiare l'aria della stanza.

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La storia

Chiffon e Sgranocchio nella sartoria teatrale. I motori delle macchine da cucire nel retroscena del Teatro Carlo Felice stridevano con un ronzio metallico e secco che metteva i brividi. L'aria in quel seminterrato era pesante, satura di un odore polveroso di velluto vecchio, lacca per capelli e gesso da sarti. Una debole luce giallastra si rifletteva sugli specchi opachi della stanza dei costumi, dove abiti da dama ottocenteschi pendevano immobili come spettri di stoffa.

Dietro il tavolo da taglio, il caposarto, il signor Rino, misurava un tessuto di broccato con una freddezza e una spocchia che toglievano ogni entusiasmo alla squadra. «Se non sapete infilare un ago senza sprecare tre centimetri di seta, potete anche tornare a fare le calze a maglia a casa», sibilò, trattando la giovane apprendista Maddalena con totale antipatia. Il suo perfezionismo spegneva ogni calore, trasformando la preparazione dell'opera in un momento di pura ansia e fretta.

Nascosta dentro la tasca capovolta di un vecchio frac, una creaturina muoveva le orecchie con sdegno. Era Chiffon, una Magikita della stirpe delle fate, grande non più di un tubetto di mascara. Indossava un vestitino ricavato da un pezzo di nastro di raso blu notte e portava in testa una corona fatta con tre graffette metalliche piegate con cura. Al suo fianco c'era Sgranocchio, un Animagikito topo con una mantellina di velluto bordeaux.

Chiffon captava l'arroganza di Rino e il disagio di Maddalena come una scossa gelida che le faceva prudere le dita. «Quest'uomo misura il talento con il regolo della severità», pensò guardando il suo compagno animale. «Ci vuole una marachella luminosa per fargli cambiare spartito». Sgranocchio squittì piano, e i due misero in piedi il piano.

Scivolarono giù dal manichino in punta di piedi. Sul tavolo da lavoro, accanto al grande paio di forbici del signor Rino, c'era un flacone di olio lubrificante usato per far scorrere gli aghi delle macchine da cucire. Sgranocchio svitò il tappo con i dentini, mentre Chiffon tirò fuori dalla giubba una boccetta di essenza di lucciole. Ne versò quattro gocce cangianti nell'olio e ci soffiò sopra una spolverata di polvere di quarzo frizzante. Zac flick frac puff!

Il trucco concreto, nato proprio dai fluidi di quella sartoria, si attivò in un istante. Quando il signor Rino prese lo straccio imbevuto di quell'olio per pulire l'ago della macchina da cucire, dalla cruna iniziò a sprigionarsi una nuvola di vapore sottilissimo e rosato, profumata di cipria teatrale, lavanda e biscotti alla vaniglia caldi. I fili colorati appesi alla parete iniziarono a srotolarsi da soli, fluttuando nell'aria come lunghi serpenti di luce che presero a tessere arabeschi tridimensionali a tempo di musica.

Ogni volta che un filo toccava un tessuto, la stoffa emetteva un suono melodico e cristallino, come un'arpa suonata dal vento. La spocchia che irrigidiva i gesti del signor Rino si sciolse all'istante, sostituita da uno stupore fanciullesco. Maddalena scoppiò in una risata sonora e liberatoria, e presto anche gli altri sarti e i cantanti lirici in attesa della prova dei costumi iniziarono a scherzare, a raccogliere le matasse fluttuanti e a passarsi i tessuti l'un l'altro, ridendo insieme.

Completamente trasformato, il signor Rino si unì al gruppo con un sorriso enorme e spontaneo. Afferrò un pezzo di broccato e iniziò a creare un abito pazzesco direttamente sul manichino, muovendosi a ritmo di musica e complimentandosi a gran voce con Maddalena per la sua rapidità. La stanza grigia era diventata un palcoscenico di pura allegria.

Dall'alto della tasca del frac, Chiffon e Sgranocchio contemplavano quella festa improvvisata tra le stoffe, dondolando le gambette con pura soddisfazione. Il topo si rannicchiò vicino alla fata, mentre lei gli grattava le orecchie. Poi Chiffon si sistemò la corona di graffette, fece una risatina e insieme a Sgranocchio si infilò in una scatola di bottoni di madreperla, pronta per la prossima avventura. Perché a volte basta far tessere alla fantasia un filo di leggerezza per ricordarsi che l'opera più bella è quella che sappiamo creare insieme, sorridendo.

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