Frullo: il ritmo dell'officina tipografica. Il battito pesante del vecchio torchio per le stampe d'arte risuonava nella stanza di fondo come il colpo di una scure su un ciocco di legno. L'aria, in quell'ambiente isolato, era spessa, satura di un sentore aspro di pasta di cellulosa bagnata, colla animale per rilegature e polvere di piombo scaldata dalle lampade. Sotto la luce cruda e uniforme dei vecchi riflettori industriali, le grandi scaffalature metalliche ospitavano centinaia di caratteri in disuso, proiettando ombre rigide sul pavimento di cemento solcato dalle crepe.
Dietro il bancone principale, la responsabile dei restauri grafici, la dottoressa Beatrice, ripuliva le matrici di rame usando un raschietto metallico con colpi brevi e nervosi. Era una donna schiacciata da una severità cronica e da un senso di monotonia che le azzerava ogni slancio creativo. Contava i fogli stampati su un registro di cartone e rispondeva con monosillabi freddi ai suoi due giovani assistenti, Tommaso ed Elena, se solo provavano a proporre una variante nei colori dell'inchiostro. Il suo distacco formale gravava come un masso sull'intero laboratorio, riducendo le ore di lavoro a un percorso obbligato di compiti meccanici, privo di qualunque spazio per una battuta o un momento di intesa spontanea.
Nascosto dentro lo scomparto vuoto di una vecchia scatola di caratteri mobili in legno di pero, posizionata sullo scaffale più alto, un minuscolo essere muoveva i ciuffi delle orecchie. Era Frullo, un Magikito della stirpe degli Elfi, grande quanto un gessetto da disegno. Indossava un corpetto bizzarro ricavato da un pezzo di vecchia tela da rilegatura grezza, bloccato in vita da un filamento di rame sottile, e portava in testa un copricapo ricavato da un guscio di ghianda levigato.
Frullo percepiva l'ansia e la frustrazione dei due ragazzi, come un soffio gelido sulla faccia. Gli Elfi avvertono l'indurimento degli animi e intervengono, e lui adorava congegnare alterazioni materiali improvvise per dare uno scossone alla rigidità che soffoca l'entusiasmo. «Questa donna corregge le bozze del mondo, ma ha dimenticato come si scrive una pagina di gioia», rifletté l'Elfo, studiando i contenitori dei solventi. «Ci vuole una deviazione stravagante per riaccendere questa stanza grigia».
Si calò giù dallo scaffale, muovendosi rapido tra le pile di carta cotone. Sul bordo del tavolo da disegno, proprio accanto alla mano di Beatrice, c'era un barattolo di pasta idratante, utilizzata per ammorbidire i rulli di gomma prima dell'inchiostrazione. Frullo vi saltò sopra, tirò fuori dal taschino una fiala di linfa di betulla di Taramundi, ne versò tre gocce dense nella miscela e, con un soffio leggero, disperse sulla superficie un pizzico di polline di tarassaco. La materia invertì le sue proprietà in un istante.
Quando Beatrice intinse lo straccio in quel composto per passarlo sulla superficie metallica di una pressa, il macchinario reagì in modo del tutto sbalorditivo. Dall'interno del telaio di stampa iniziò a sollevarsi un vapore tiepido e densissimo, che profumava di latte tiepido, biscotti fatti in casa e olio essenziale di mandorle dolci. La restauratrice sollevò lo sguardo di scatto, completamente disorientata. Sotto gli occhi increduli della squadra, i grumi di inchiostro nero accumulati sul fondo iniziarono a gonfiarsi e a cambiare consistenza, aggregandosi in una forma morbida che prese vita.
Si materializzò un incredibile e bizzarro gattino dalle unghie di mandorla, tridimensionale. Era una creaturina dal pelo soffice come ovatta candida, dotata di piccoli artigli fatti di scaglia di mandorla tostata e profumata, che saltò fuori dal macchinario, fluttuando a pochi centimetri dai tavoli e iniziando a fare le fusa a tempo con il ritmo del torchio. La severità che bloccava i muscoli di Beatrice si sciolse di colpo, sostituita da uno stupore infantile.
Posò il raschietto mentre i suoi lineamenti tesi si distendevano in una risata fragorosa e liberatoria. Il risveglio travolse l'intera officina con un'ondata di pura allegria. Elena lasciò andare i rulli, tese le mani e lasciò che il piccolo animale le sfiorasse i palmi con le sue bizzarre unghie profumate. La morbidezza e la dolcezza di quella presenza magica cancellarono ogni traccia di sottomissione dal locale.
Beatrice, completamente trasformata, si alzò dalla sedia e si avvicinò ai suoi assistenti, iniziando a ridere di cuore con loro, accarezzando il gattino e proponendo di stampare una serie di grafiche libere e colorate, dimenticandosi finalmente dei registri e dei codici rigidi. La stanza fredda si era trasformata in uno spazio vivo, pieno di calore condiviso e di una nuova intesa professionale.
Dall'alto della cassetta di legno, Frullo guardava quel vivace disordine tra le presse e i caratteri, strofinandosi le mani per la contentezza. La sua trovata aveva scosso la pesantezza di quel pomeriggio. Si sistemò il copricapo di ghianda, fece una capriola silenziosa e si infilò nella tasca della borsa di Tommaso, che si apprestava a sistemare i suoi appunti, pronto per la prossima missione. Perché a volte basta fare muovere un pizzico di dolce assurdità nella routine per scoprire che anche il compito più ripetitivo può aprirsi alla meraviglia di una splendida intesa.