Galanzo alla cena dei tovaglioli ribelli.
«Chi ha lucidato il cucchiaio numero 107?» La domanda rimbalzò sotto la cupola di vetro della serra municipale e provocò un effetto curioso. Dodici camerieri si irrigidirono, tre controllarono il proprio riflesso nei vassoi e il signor Cesare, organizzatore dell'evento, emise un sospiro così lungo che sembrò sgonfiarsi come una camera d'aria.
Quella sera si teneva la più importante cena di gala della città. Tavoli impeccabili, calici allineati, candele dritte come soldatini, tovaglioli piegati in forme così complicate che nessuno osava toccarli. Eppure l'atmosfera aveva il sapore di una scarpa nuova, perfetta ma rigida. Il problema era Cesare. Da settimane correva avanti e indietro con una lista infinita tra le mani: «No, quel fiore è inclinato di due millimetri. No, quella forchetta guarda troppo a sinistra. No, il pane dovrebbe sembrare spontaneo, non spontaneo davvero». La gente annuiva, correggeva, ricorreggeva e smetteva lentamente di divertirsi. Perfino le rose nei centrotavola parevano trattenere il respiro.
Questo genere di cose i Magikitos lo sentono subito. Tra le radici sospese di una gigantesca mostera tropicale abitava infatti una Magikita di nome Galanzo. Era una fata, sempre elegante a modo suo. Portava una giacca vestita di vecchi nastri regalo recuperati dai cestini delle feste e una corona fatta di linguette dorate delle lattine. Quando qualcuno prendeva la gioia e la stringeva troppo forte, Galanzo percepiva un fastidioso prurito dietro le orecchie. Quella sera le prudevano entrambe.
Accanto a lei sonnecchiava il suo Animagikito, un procione. Si chiamava Sgraffio. Aveva occhi da ladro di biscotti e una passione assoluta per le cose lasciate a metà: panini morsi, puzzle incompiuti, calzini spaiati e, soprattutto, tavole apparecchiate. Quando vide il centrotavola della serra, spalancò gli occhi. Quasi svenne dalla felicità. «Non guardare così!» sussurrò Galanzo. Sgraffio guardò ancora più così. E lì nacque l'idea.
Perché i procioni conoscono un segreto che gli umani dimenticano spesso: le cose più belle non sono perfette, sono condivise. Poco prima dell'arrivo degli ospiti, Galanzo scese dalla mostera con una bobina di filo invisibile ricavato da vecchie ragnatele raccolte nei magazzini comunali. Zip, zip, zip. Con quel filo collegò tra loro tutti i tovaglioli della sala, uno all'altro, uno all'altro, uno all'altro, a centinaia. Sgraffio, nel frattempo, infilò sotto ogni tovagliolo un minuscolo seme di risata. Veri semi, piccoli come granelli di pepe.
Quando l'ultimo ospite prese posto, tutto sembrava normale. Poi il sindaco aprì il suo tovagliolo. Nello stesso istante si aprirono tutti gli altri, come ali, come vele, come gabbiani bianchi che prendono il volo. La sala restò immobile. Per un secondo. Poi i tovaglioli cominciarono a muoversi. Non volavano. Peggio. Si cercavano.
Quello di una signora si annodò a quello del vicino. Quello del vicino a quello di una bambina. Quello della bambina a quello di uno chef. Nel giro di pochi istanti ogni tavolo era collegato a un altro, e poi a un altro, e poi a un altro ancora. «Ma cosa sta succedendo?» balbettò Cesare. Nessuno lo sapeva. Ma nessuno sembrava dispiaciuto.
Perché ogni volta che due tovaglioli si toccavano, mostravano qualcosa: una ricetta di famiglia, una storia divertente, un ricordo, un sogno. Sul tovagliolo del sindaco comparve il disegno maldestro di una casetta costruita con il nonno. Su quello di una violinista apparve la foto del suo primo concerto. Su quello di una bambina, una lista intitolata «Cose da fare prima dei dodici anni». Conteneva una sola voce: accarezzare un'alpaca.
La serra esplose in una risata collettiva. Perfino la violinista rise. Perfino i camerieri. Perfino Cesare. Soprattutto Cesare. Perché il suo tovagliolo mostrò qualcosa che non vedeva da anni: una foto. Lui da ragazzo. Mentre organizzava una festa di quartiere. Tutto storto. Tutto improvvisato. Tutti felici.
Rimase in silenzio. Poi osservò i tavoli. Le persone si stavano spostando, conoscendo, mescolando, assaggiando piatti degli altri, parlando con sconosciuti. E una cena di gala stava diventando una festa. E, per la prima volta da settimane, Cesare smise di sistemare le cose. Si sedette. Bastò quello. La gioia fece il resto.
Più tardi, quando arrivò il dessert, gli ospiti avevano già inventato tre amicizie, due collaborazioni artistiche e una spedizione per trovare un'alpaca. Niente male per una cena elegante.
Dall'alto della mostera, Galanzo osservò il risultato con le mani dietro la schiena. Accanto a lei, Sgraffio stava cercando di rubare un bignè grande quanto la sua testa. Missione quasi riuscita. La Magikita gli diede una piccola spinta. Lui sparì tra le foglie con il bottino. Giù nella serra nessuno si accorse della loro presenza.
Ma il giorno dopo accadde una cosa curiosa. Molti ospiti conservarono il proprio tovagliolo. Non perché fosse prezioso. Perché ricordava loro una serata in cui nessuno era stato impressionante. E proprio per questo tutti erano stati indimenticabili. Perché a volte la magia più elegante non mette le persone al proprio posto. Le invita a sedersi un po' più vicine.