Nella piazza delle cento scale nessuno si stupisce più di nulla, finché una girandola che gira senza vento e una Magikita di nome Giravento rimettono in moto la curiosità.
Poi arriva un drago dalle corna storte, ed Elia l'orologiaio scopre che capire può essere più importante che finire in fretta.

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La storia

Giravento e il drago delle corna storte. La girandola girava. Non piano, non forte. Girava e basta. E quello era il problema. Perché nella piazza delle cento scale non c'era un filo di vento. Le bandiere pendevano molli come calzini dimenticati sullo stendino. Le foglie degli alberi non si muovevano. Persino il fumo delle caldarroste saliva dritto verso il cielo.

Eppure, in cima alla torre dell'orologio, una piccola girandola azzurra continuava a ruotare da sola. Gira, gira, gira. La gente la osservava con la coda dell'occhio da settimane, ma nessuno era curioso abbastanza da chiedersi perché. In quella città era arrivata una malattia strana: tutti avevano smesso di stupirsi. Quando succedeva qualcosa di insolito, gli abitanti alzavano le spalle. Quando compariva un arcobaleno doppio, nessuno lo guardava. Quando un gatto attraversava la piazza con una collana di margherite, nessuno rideva. «Ho da fare. Forse domani. Non è importante.» Erano le frasi preferite della città.

Tra tutti, il peggiore era Elia, l'orologiaio. Aveva mani abilissime e occhi stanchi. Riparava meccanismi meravigliosi senza guardarli davvero. Aggiustava cucù, restaurava pendoli, faceva ripartire orologi vecchi di cento anni. Ma mentre lavorava pensava soltanto a finire in fretta. La meraviglia gli passava davanti come un treno e lui non alzava nemmeno la testa.

Proprio sotto la sua bottega, nascosta dietro una grondaia di rame, qualcuno osservava la faccenda. Era Giravento, una Magikita fata dai capelli color carta da zucchero e un impermeabile cucito con vecchi nastri da pacchi recuperati nei mercatini. Sul capo portava una corona fatta di molle d'orologio intrecciate. Quando sorrideva, tintinnava. Accanto a lei dormicchiava il suo Animagikito, una piccola volpe dalle orecchie enormi che adorava inseguire le correnti d'aria.

Giravento percepiva le emozioni come altri sentono il profumo della pioggia e quella città aveva un problema insolito. Non mancava la felicità, mancava lo stupore. «Brutta faccenda», disse. Poi entrambi guardarono la girandola sulla torre, che continuava a ruotare. Giravento sorrise. Le era appena venuta un'idea. Una di quelle che fanno scintille.

Quella notte si arrampicò fino alla torre. La girandola non era una girandola normale. Dietro le pale si nascondeva un piccolo vortice azzurro, grande quanto una tazza da tè. Girava silenzioso come una trottola. Era lì da anni, tanto che nessuno ricordava più la sua esistenza. Giravento infilò una mano nel vortice. Flic! E tirò fuori qualcosa. Una scintilla. Poi un'altra. Poi un'altra ancora. Ogni scintilla aveva la forma di una domanda: «Perché? Come? E se?» Si raccolse in una borsa fatta con un vecchio fazzoletto e attese l'alba.

Quando il sole sbucò dietro i tetti, la fata liberò tutte le scintille insieme. Le domande si sparsero per la città. Entrarono nei cappelli, nelle tasche, nei bicchieri, nei giornali, persino nelle scarpe, e successe qualcosa di meraviglioso. Una bambina vide una formica trascinare una briciola enorme. «Come fa a essere così forte?» Un fornaio osservò il vapore uscire dal pane. «Perché sale proprio così?» Una sarta guardò una ragnatela. «Come fa a essere così perfetta?» Le persone ricominciarono a fermarsi, a osservare, a chiedere, a meravigliarsi.

Ma il colpo più grosso arrivò nel pomeriggio, quando Elia sentì un rombo sopra la piazza. Tutti alzarono gli occhi. Un'enorme ombra attraversò il cielo. Ali immense, scaglie color rame, due corna gigantesche: un drago, un vero drago. La piazza esplose di stupore. Ma quando la creatura scese più vicino, si notò un dettaglio. Le corna non erano uguali. Una puntava verso l'alto, l'altra si piegava di lato come un ramo storto. Il drago sembrava terribilmente imbarazzato.

Atterrò sulla torre e abbassò il muso. Elia lo seguì. Non sapeva nemmeno perché. Forse era colpa delle scintille, forse era colpa della curiosità ritrovata. «Che ti è successo?» domandò. Il drago sbuffò una nuvoletta azzurra, poi indicò il corno storto. Elia lo osservò, lo toccò, lo studiò e all'improvviso sorrise. Per la prima volta dopo anni non stava lavorando per finire, stava lavorando per capire.

Corse nella bottega, prese strumenti, ruote dentate, piccole molle, lenti e costruì un curioso supporto che aiutò il drago a riallineare lentamente il corno senza dolore. Ci volle tutto il pomeriggio. La piazza si riempì di persone. Tutti volevano vedere, tutti facevano domande, tutti imparavano qualcosa. Quando il sole iniziò a tramontare, il drago si guardò nel riflesso di una finestra. Le corna erano di nuovo dritte, ma lui non volò via.

Restò per raccontare storie. Di montagne lontane, di nuvole che dormono, di stelle che migrano come uccelli. La gente ascoltò fino a sera e nessuno guardò l'orologio, nemmeno Elia. Dalla grondaia, Giravento osservava la piazza piena di occhi spalancati. La volpe agitò la coda soddisfatta. La girandola continuava a girare lassù. Ma ora tutti sapevano perché: per ricordare che le domande sono vento invisibile e che il mondo diventa molto più grande nel momento esatto in cui qualcuno si ferma a guardarlo davvero.

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