Gocciolina nella salumeria sotterranea. I coltelli della fettatrice meccanica nella bottega da Gildo stridevano contro l'acciaio, con un lamento acuto che faceva accapponare la pelle. L'aria in quel seminterrato era pesante, satura di un odore intenso di pepe nero macinato, strutto stagionato e formaggio pecorino piccante. Una debole luce giallastra si rifletteva sui ganci di ferro appesi alla volta di mattoni. I prosciutti pendevano immobili come sacchi inerti.
Dietro il bancone di marmo, il titolare, Gildo, un uomo corpulento con un grembiule bianco, serviva ai clienti sbattendo i cartocci con una freddezza e una spocchia che toglievano l'appetito. «Se volete la qualità dovete pagare e stare zitti, altrimenti andate al supermercato», rispondeva a mezza bocca, trattando persino i vecchi del quartiere con totale antipatia. Il suo cinismo commerciale spegneva ogni calore, trasformando la spesa quotidiana in un momento di umiliazione e fretta.
Nascosta dentro la pancia vuota di una vecchia bilancia a pendolo, una creaturina muoveva le orecchie con sdegno. Era Gocciolina, una Magikita della famiglia dei Folletti. Era minuscola, non più grande di un tappo di sughero, vestita con una tunica ricavata da un sacchetto di juta grezza, legato in vita con un elastico da ufficio blu. In testa portava un cappellino a punta ottenuto da un guscio di fagiolo secco. Gocciolina captava l'arroganza di Gildo e il disagio dei clienti, come una scossa acida che le faceva prudere le dita.
I Folletti avvertono le ingiustizie e intervengono, e lei adorava usare trucchi concreti e fisici per dare una lezione di umiltà ai gradassi. «Questo salumiere tratta il cibo come se fosse un'arma», pensò Gocciolina, aggiustandosi il guscio di fagiolo. «Ci vuole una marachella saporita per ribaltare il banco.» Sgattaiolò fuori dalla bilancia e raggiunse il grande ceppo di legno, dove Gildo teneva i coltelli e un flacone di olio di vaselina per pulire le lame.
La Folletta saltò sul bordo della bottiglia, tirò fuori dalla tunica una boccetta di linfa di querce di Taramundi, ne versò quattro gocce color smeraldo nell'olio e, ridendo sotto i baffi, ci soffiò sopra una spolverata di lievito magico frizzante. Zac, flic, flac, puff! Il meccanismo magico, nato proprio dai fluidi di quella bottega, si attivò all'istante. Quando Gildo prese lo straccio imbevuto di quell'olio per pulire la lama della grande affettatrice, il liquido non rimase trasparente.
Dal macchinario iniziò a sprigionarsi una nuvola di vapore denso e rosato, che profumava intensamente di pistacchi tostati, mirto selvatico e pane caldo appena sfornato. Gildo si bloccò con lo straccio in mano, sgranando gli occhi. La magia si espanse in un secondo. Proprio al centro della bottega, da una crepa nel pavimento di cemento, spuntò un robusto tronco di legno oscuro che crebbe rapidamente fino a toccare la volta di mattoni. Dai suoi rami nodosi non nacquero foglie, ma iniziò a fiorire un incredibile e assurdo albero di mortadelle.
Decine di insaccati di ogni dimensione, da quelle minuscole come ciliegie a esemplari giganti come mongolfiere, pendevano dai rami, oscillando dolcemente e diffondendo una melodia soffusa. La spocchia che irrigidiva i gesti di Gildo si sciolse all'istante, sostituita da uno stupore fanciullesco. Lasciò cadere il coltello sul bancone, mentre i suoi occhi severi si riempivano di meraviglia. Il contagio travolse l'intera salumeria con una coralità dirompente.
La vecchia Pina, che stava aspettando il suo turno con il portafoglio stretto in mano, tese le braccia e afferrò al volo una mortadella ciliegia che si era staccata dal ramo. Appena diede un morso, la pastosità perfetta del salume le strappò una risata sonora che non emetteva da anni. Gli altri clienti in coda iniziarono a scherzare, a raccogliere i frutti dell'albero magico e a passarsi i cartocci l'un l'altro, stringendosi la mano e condividendo il cibo come a un banchetto di nozze.
Gildo, completamente trasformato, uscì da dietro il bancone con un sorriso enorme e spontaneo. Afferrò una fettatrice manuale a volano e cominciò a tagliare fette giganti dall'albero, per regalarle a tutti, scusandosi con i vecchi del quartiere e offrendo da bere. Dall'alto della vecchia bilancia a pendolo, Gocciolina contemplava quella festa improvvisata tra le mura di mattoni, dondolando le gambette con pura soddisfazione. Il suo dispetto giocherellone aveva raddrizzato l'atmosfera della bottega.
Si sistemò la tunica di juta, fece una risatina e si infilò in un sacco di fagioli secchi, pronta per la prossima avventura. Perché a volte basta far fiorire l'assurdo nel posto più grigio, per ricordarsi che la generosità è l'unico profumo che rende la vita davvero saporita.