In una liuteria soffocata dalla severità del maestro Corrado, Teresa ha quasi dimenticato perché ama la musica. Nascosta tra legno, resina e polvere, Melodina, una piccola Magikita della Stirpe delle Fate, sente quella stonatura dell'anima e decide di intervenire con una scintilla inattesa.

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La storia

«Melodina nella liuteria dimenticata.»

«Se non sa distinguere un graffio da una venatura, farebbe meglio a vendere raganelle di plastica», sibilò il signor Corrado, spingendo un violoncello del Settecento sul banco da lavoro con la delicatezza di chi sposta un sacco di carbone.

All'interno della bottega l'aria era immobile, satura di un odore pungente di resina di larice, colla di bue riscaldata e legno d'acero stagionato. Una luce ambrata faticava a farsi strada tra i vetri coperti di polvere di levigatura, depositandosi, come un velo opaco, sugli strumenti appesi alle pareti.

Davanti al vecchio artigiano, una giovane apprendista di nome Teresa stringeva lo scalpello con le nocche sbiancate, fissando il pavimento per nascondere le lacrime. Era schiacciata da un perfezionismo oppressivo che le congelava le dita. Ogni volta che accostava la lama al legno, lo sguardo severo di Corrado e le sue critiche taglienti le facevano dimenticare l'amore per la musica, trasformando la bottega in una prigione di silenzi carichi d'ansia.

Incastrato nella fessura a F di un vecchio contrabbasso smontato in un angolo, un paio di orecchie a punta fremette dal fastidio. Era Melodina, una Magikita della Stirpe delle Fate, non più grande di un tubetto di colla. Indossava un gonnellino ricavato da un vecchio pezzo di carta vetrata, ormai consumata, e una giacchetta fatta con la tela di un vecchio astuccio musicale gommato. In testa portava un cappellino a cupola, ricavato da un guscio di noce levigato.

Melodina percepiva l'insicurezza di Teresa come una nota stonata che faceva vibrare a vuoto l'aria del laboratorio. Le Fate del suo lignaggio non amano i rimproveri punitivi, ma possiedono il talento di risvegliare il coraggio sopito nelle anime spente. «Questo vecchio brontolone ha dimenticato che gli strumenti nascono per cantare, non per essere giudicati», rifletté la fata, agitando i piedini. «Ci vuole una scintilla che rompa questo accordo amaro».

Senza emettere il minimo rumore, Melodina scivolò giù dal contrabbasso e raggiunse il ripiano sopra il bancone, dove si trovava un barattolo di cera d'api grezza usata per la lucidatura. Tirò fuori dalla tasca un cristallo di colofonia magica, lo sbriciolò con le dita minuscole e soffiò la polvere dorata direttamente nel blocco di cera.

Flick, flack, flock! Il congegno magico, estratto dall'essenza stessa di quella bottega, si attivò all'istante. Quando Corrado afferrò il panno di lana imbevuto di quella cera per lucidare la tavola armonica del violoncello, lo strofinio non produsse il solito sibilo sordo. Dalla cera iniziò a sprigionarsi una nuvola di vapore sottilissimo che profumava intensamente di miele selvatico, pino silvestre e pan di zucchero caldo.

Teresa sollevò lo sguardo, sgranando gli occhi. La vernice del violoncello, toccata dal calore, cominciò a brillare di una luce pulsante, e le quattro corde tese vibrarono da sole, liberando nell'aria un accordo profondo, nitido e caldissimo che pareva un respiro umano. La stanza intera rispose a quella vibrazione. Gli archetti appesi ai ganci presero a ondolare, i trucioli d'acero sul pavimento si sollevarono, fluttuando come piccole onde dorate, e ogni venatura dei legni grezzi accatastati contro la parete si illuminò, proiettando sulle pareti ombre geometriche che danzavano seguendo il ritmo del legno.

L'insicurezza che bloccava le mani di Teresa si sciolse come neve al sole. Le sbocciò un sorriso radioso sul viso e, senza alcuna paura, afferrò un archetto lì vicino, accostandolo alle corde dello strumento. La musica che ne uscì era libera, fluida, priva delle rigidità dei giorni precedenti.

Corrado si bloccò col panno ancora in mano, mentre la sua espressione severa si incrinava. Un calore antico gli invase il petto, ricordandogli il giorno in cui, da ragazzo, aveva costruito il suo primo violino. La rabbia e l'orgoglio evaporarono, sostituiti da una commozione profonda che gli bagnò gli occhi. «È il suono che cercavo da una vita», sussurrò il vecchio liutaio, e la sua voce era incredibilmente dolce.

L'incanto superò le mura della bottega. I passanti lungo la via, attirati da quella melodia che attraversava le fessure della porta, si fermarono ad ascoltare. Persino il postino e un rigattiere si sedettero sui gradini esterni, chiudendo gli occhi per godersi quel momento di pura bellezza improvvisata. In pochi minuti quel vicolo silenzioso e grigio si trasformò in un teatro a cielo aperto, dove la gente si scambiava sguardi d'intesa e sorrisi, unita da una melodia che parlava di passione ritrovata.

Dall'alto della mensola dei vecchi scalpelli, Melodina osservò l'apprendista e il maestro, che ora lavoravano fianco a fianco, discutendo con entusiasmo e senza alcun timore delle venature del legno. La fata si riaggiustò il cappello di noce, fece una capriola invisibile e si infilò in una fessura del muro, svanendo verso la prossima anima da riscaldare.

Perché a volte basta liberare la voce nascosta dentro le cose per riscoprire che l'armonia più bella è quella che sappiamo condividere senza paura.»

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