Sghembo è il mercatino delle bizzarrie. Il cigolio della bilancia a contrappeso del banco numero quattro risuonava sotto i tendoni del mercato orionale come un lamento di ferro vecchio. L'aria tra i banchi era densa, impregnata di un odore misto di terra bagnata, cassetti di legno umidi e verdura schiacciata sul pavimento di pietra. Sotto la luce incerta del primo mattino i clienti camminavano rasenti i banchi, con i colletti alzati, badando solo a non pestare le pozzanghere e a finire la spesa al primo possibile.
Dietro la piramide di cassette il fruttivendolo Alberto sistemava i finocchi con gesti secchi, ignorando i saluti dei passanti. Era un uomo intrappolato in una tirchieria opprimente e in un'antipatia cronica. Pesava ogni foglia al millimetro e rimproverava i suoi due giovani aiutanti, Pietro e Viola, per ogni minimo scarto, parlando con un distacco che toglieva tutta la bellezza a quel mestiere. «La merce non si tocca se non si compra. Se rovinate una sola buccia ve la scalo dallo stipendio», ringhiava senza mai guardarli in faccia, diffondendo un'atmosfera di pura ansia tra i clienti in coda.
Nascosto dentro la fessura di un vecchio cesto di vimini capovolto, un paio di occhietti vispi non si perdeva una mossa. Era Sghembo, un Magikito della famiglia dei Folletti, piccolo come un baccello di piselli. Indossava una camicina strampalata ricavata da un lembo di vecchio sacco di iuta e in testa portava un copricapo fatto con un guscio di fagiolo borlotto. Sghembo captava la tristezza e il senso di inadeguatezza dei due ragazzi come un soffio gelido sulla pelle. I Folletti avvertono le ombre del cuore e intervengono, e lui adorava usare trucchi concreti per dare una spallata alla rigidità che soffoca la fantasia.
«Quest'uomo pesa la vita con la bilancia del risentimento», pensò il Folletto. «Ci vuole una maracalla saporita per scardinare questo rigore». Sgattaiolò fuori dal cesto, muovendosi invisibile tra i piedi delle cassette. Sul ripiano di metallo c'era un flacone di succo di limone concentrato, usato per non far annerire i carciofi. Sghembo vi saltò sopra, tirò fuori dalla giubba una boccetta di linfa di sambuco di Taramondi, ne versò tre gocce violacee nel flacone e ci soffiò sopra un pizzico di polline.
Zac! Flic! Flac! Puff! La magia si innescò con un ritmo sorprendente. Quando Alberto afferrò lo straccio imbevuto di quel liquido per pulire il ripiano dove riposavano le verdure invernali, i vegetali reagirono in modo imprevedibile. Dal bancone iniziò a sprigionarsi una nebbiolina sottile che profumava intensamente di timo selvatico, scorza d'arancia e pane caldo appena sfornato. Il fruttivendolo tese i muscoli del collo, colto di sorpresa. Sotto lo sguardo stupito dei ragazzi, le melanzane scure accatastate nell'angolo iniziarono a mutare forma.
La buccia lucida si dilatò, le estremità si curvarono e la polpa interna si modellò, trasformandosi in una serie di incredibili e assurde scarpe di melanzana tridimensionali. Erano calzature vegetali dotate di stringhe fatte di fili di sedano e suole di corteccia morbida, che presero a muoversi da sole sul marmo, emettendo un sussurro melodico che ricordava il passo di una danza folk. La tirchieria che irrigidiva i gesti di Alberto si sgretolò in un istante, sostituita da uno stupore purissimo, mentre i suoi occhi si riempivano di una meraviglia che non provava da quando, da bambino, correva tra i campi di famiglia.
Il risveglio travolse l'intero mercato. Viola, vedendo quelle calzature bizzarre che accennavano passi di danza sulla cassetta, tese le dita e ne sfiorò una. La consistenza velutata della verdura le strappò una risata limpida che ruppe ogni barriera di silenzio tra loro. Alberto, completamente trasformato, invitò i clienti ad avvicinarsi, passando le scarpe vegetali ai bambini presenti, iniziando a regalare frutta e verdura, ballando tra i banchi e ridendo a crepapelle con i suoi assistenti, dimenticandosi del peso e del guadagno. Il mercato grigio era diventato un salone da ballo pieno di pura allegria.
Dall'alto del cesto di vimini, Sghembo contemplava quella festa improvvisata tra i finocchi e le melanzane, godendosi lo spettacolo. Il suo tocco giocherellone aveva raddrizzato l'anima del bancone. Si sistemò il copricapo di fagiolo, fece una risatina soddisfatta e si infilò nella borsa della spesa di una signora che si apprestava a cambiare corsia, pronto per la prossima avventura. Perché a volte basta far calzare alla realtà un pizzico di assurda fantasia, per ricordarsi che il giorno più ordinario può trasformarsi nella danza più bella del mondo.