Spora e l'accordo nell'archivio dimenticato. Il cigolio della carrucola metallica nel seminterrato dell'anagrafe centrale interrompeva il silenzio dei faldoni con uno stridore secco. L'aria in quel deposito sotterraneo era ferma, satura di un odore pesante di carta pergamena deteriorata, inchiostro gallico e umidità che risaliva dalle fondamenta di pietra. Sotto la luce giallastra di una lampadina nuda che dondolava dal soffitto, gli scaffali di ferro custodivano registri secolari, coperti da uno strato uniforme di polvere grigia.
Dietro il tavolo di consultazione, l'archivista, il dottor Primo, catalogava i vecchi certificati di nascita con movimenti rigidi e distaccati. Era un uomo consumato da una burocrazia asfissiante, da un senso di solitudine che gli spegneva ogni interesse. Controllava i timbri a secco con una lente d'ingrandimento e non rivolgeva mai la parola ai rari utenti se non per citare un comma o un regolamento restrittivo. La sua freddezza formale creava un muro invalicabile, trasformando le ore di ricerca in una sequenza monotona di scartoffie, priva di qualsiasi scambio o calore umano.
Nascosto nell'intercapedine di un grosso raccoglitore di cuoio screpolato, proprio dove la rilegatura era sfatta, un piccolo essere muoveva i ciuffi delle orecchie. Era Spora, un Magikito della famiglia dei Folletti, non più alto di un tubetto di colla. Indossava un camiciotto strampalato ricavato da un frammento di vecchia mappa catastale ingiallita, fissato con un elastico, e portava in testa un berretto ottenuto da una cupola di ghianda cava.
Spora percepiva quel distacco e quel senso di isolamento come una nebbia pesante che rallentava i battiti della stanza. I Folletti avvertono il peso dei cuori spenti e intervengono, e lui adorava ideare trucchi materiali per spezzare la rigidità che soffoca l'entusiasmo. «Quest'uomo registra le vite degli altri, ma ha dimenticato l'emozione di vivere la propria», pensò il Folletto. Serve un'invenzione stramba che possa dare una scossa a questo grigiore.
Scivolò giù dallo scaffale senza produrre il minimo rumore. Accanto alla tazza di tè freddo di Primo c'era un flacone di cera liquida usata per preservare le copertine storiche. Spora vi saltò sopra. Tirò fuori dalla giacca una fiala di linfa di muschio di Taramundi, ne versò tre gocce dense nel liquido e, con un soffio leggero, sparse sulla superficie della miscela una manciata di spore luminose raccolte nei boschi. La materia reagì con un calore improvviso.
Quando Primo passò il tampone di feltro imbevuto di quel composto sulla copertina di un registro, il cuoio si comportò in modo del tutto imprevedibile. Dalle venature della pelle iniziò a sprigionarsi un vapore caldissimo, aromatico, che sapeva di sottobosco bagnato, nocciole tostate e resina dolce. Sotto lo sguardo dei presenti, le macchie di umidità sui fogli interni iniziarono a gonfiarsi e a cambiare colore, trasformandosi in un incredibile e assurdo matrimonio tra i funghi, tridimensionale.
Piccoli porcini in frac di corteccia e finferli con veli di ragnatela lucida presero a disporsi in un cerchio sui margini delle pagine, scambiandosi promesse silenziose e inchinandosi a tempo di musica, mentre i cappelli emettevano un suono soffuso, un rintocco melodico che richiamava il tempo di una festa nuziale nei boschi. Il distacco che bloccava i pensieri di Primo si dissolse all'istante: posò la lente e il suo viso severo si aprì in una risata sonora e spontanea che gli impiegati non gli avevano mai sentito emettere.
Il risveglio travolse l'intero archivio con un'allegria contagiosa. Una ricercatrice universitaria che stava studiando dei Vecchi Testamenti lasciò cadere gli appunti, afferrando con lo sguardo quella minuscola cerimonia vegetale che fluttuava a pochi centimetri dal tavolo. La bizzarria e la poesia delle nozze fungine interruppero ogni barriera di isolamento. Primo, completamente trasformato, lasciò la sua postazione e si avvicinò alla studiosa. Iniziando a chiacchierare, scambiarono i dati storici e ridendo a crepapelle, mentre i piccoli funghi continuavano la loro danza sui registri.
Il seminterrato grigio si era trasformato in un salotto accogliente, pieno di calore condiviso e nuova intesa. Dall'alto del raccoglitore di cuoio, Spora guardava quel trambusto festoso con le braccia conserte, dondolando le gambette per la contentezza. La sua trovata aveva scosso la monotonia di quel pomeriggio. Si sistemò il berretto di ghianda, fece una capriola invisibile e si infilò nella borsa della ricercatrice che si apprestava a salire le scale, pronto per la prossima missione. Perché a volte basta far fiorire un pizzico di assurda fantasia nella routine per riscoprire che anche il luogo più dimenticato può diventare l'inizio di una splendida unione.