Svitolina e il polpo delle otto tasche.
Non possono essere sparite, ho controllato tutte e otto. Il polpo sollevò un tentacolo, poi un altro, poi un altro ancora. Infatti era vero: aveva controllato tutte e otto le tasche del suo cappotto. Tre volte, forse quattro. La faccenda era preoccupante, anche perché il cappotto occupava metà del porto.
La città di Bassa Marea era costruita dentro una baia tranquilla, dove le case galleggiavano ancorate all'acqua come grosse ninfee colorate. Al tramonto, centinaia di finestre si accendevano insieme e il mare sembrava aver inghiottito un cielo pieno di stelle. Lì viveva Arturo, un polpo. Non un polpo qualsiasi, uno di quelli che si preparano per ogni possibile emergenza.
Portava sempre con sé una bussola, due mappe, un cucchiaino pieghevole, una torcia, un taccuino impermeabile, tre panini di riserva e una collezione di bottoni che nessuno aveva mai capito a cosa servissero. Per questo motivo il suo cappotto possedeva otto tasche, una per tentacolo. Quel pomeriggio, però, aveva perso le chiavi di casa e la cosa lo aveva mandato completamente in tilt.
Le avevo qui, controllo, o forse qui, controllo. Aspetta, magari qui, controllo. Più cercava, più diventava nervoso. Più diventava nervoso, più infilava oggetti nelle tasche e più infilava oggetti nelle tasche, meno trovava le chiavi. Una spirale perfetta e tremendamente umana per essere un polpo.
Dall'interno di una vecchia lanterna appesa al molo qualcuno osservava la scena ridacchiando. Una Svitolina, una Magikita delle cose incastrate. Portava una salopette cucita con linguette di lattine e una cintura fatta di vecchie chiavi recuperate dagli uffici degli oggetti smarriti. Ogni volta che qualcuno si bloccava in un pensiero, lei lo sentiva, non come un suono, come un nodo.
E Arturo, in quel momento, sembrava una rete da pesca dopo una tempesta. Accanto a lei sonnecchiava il suo Animagikito, un piccolo granchio chiamato Pinsic. Pinsic adorava aprire cose: noci, conchiglie, cassetti, problemi, e con le sue chele riusciva sempre a trovare il punto giusto. Svitolina osservò il polpo agitarsi. Poi guardò il mare, poi sorrise.
«Oh no, le chiavi non sono il problema.» Pinsic sollevò una chela. Era il suo modo di dire: spiegati meglio. «Vedrai.»
Quella notte i due si misero al lavoro. La città dormiva. Le case galleggianti cigolavano piano. Cloc, cloc, cloc. Svitolina recuperò una scatola piena di etichette da valigia finite in acqua anni prima. Ne prese una, poi un'altra, poi cento. Su ognuna scrisse il nome di qualcosa che Arturo custodiva: bussola, torcia, mappa, bottone blu, bottone verde, panino numero due, ricordo della gita al faro, lista delle cose da fare martedì, e così via.
All'alba, quando Arturo riprese le ricerche, accadde qualcosa di straordinario. Ogni oggetto del suo cappotto ricevette un'etichetta luminosa. Clic, clic, clic. Le tasche si illuminarono come un catalogo vivente. Arturo sbatté le palpebre. Finalmente riusciva a vedere tutto quello che trasportava.
La bussola salutava dalla tasca tre, la torcia sonnecchiava nella sei, e il panino numero due era inspiegabilmente nella uno. E i bottoni, beh, i bottoni erano ovunque. Gli abitanti del porto si fermarono a guardare. Ogni volta che Arturo estraeva un oggetto, l'etichetta raccontava una storia. «Questo cucchiaino mi ha salvato durante una zuppa gigantesca!» Risate. «Questa mappa è di quando mi sono perso andando a trovare mia zia, e ho finito in una colonia di gabbiani.» Altre risate.
In pochi minuti si fermò una folla. Arturo continuava a svuotare tasche, e più svuotava, più si ricordava cose che aveva dimenticato. Amici, viaggi, piccole avventure. Persino lui cominciò a divertirsi.
Poi arrivò all'ultima tasca, quella più interna, quella che non usava quasi mai. L'etichetta che comparve sopra non riportava scritto: chiavi. No, diceva: cose che temi di perdere. Arturo rimase immobile. La folla tacque.
Dentro la tasca c'era un piccolo album impermeabile, pieno di fotografie. Amici, vicini, feste. Persone incontrate negli anni. Le custodiva lì, da sempre. Per paura di dimenticarle. Per paura che il tempo le portasse via. Fu allora che capì. Le chiavi non le stava cercando davvero. Stava cercando sicurezza, controllo, la certezza che nulla potesse sfuggirgli. E il mare, si sa, non ha mai firmato un accordo del genere con nessuno.
Proprio in quel momento, Pinsic il granchio emerse da sotto il pontile. Nella chela teneva qualcosa. Tin tin tin! Le chiavi! Erano cadute il giorno prima, mentre Arturo aiutava una bambina a recuperare una barchetta trascinata dalla corrente. Lui aveva salvato la barchetta e dimenticato le chiavi.
La folla applaudì. Arturo sorrise, una risata enorme. Una di quelle che scuotono perfino i tentacoli. Quella sera invitò metà del porto a cena. Le fotografie uscirono dall'album. Le storie tornarono a circolare. Le persone si sedettero insieme fino a tardi.
E per la prima volta dopo anni, Arturo lasciò una tasca completamente vuota. «Per cosa?» gli chiese qualcuno. Lui guardò il mare. Poi il cielo. Poi sorrise.
Dall'interno della vecchia lanterna, Svitolina e Pinsic osservarono le luci delle case riflettersi sull'acqua. Poi si allontanarono, lungo una cima d'ormeggio, diretti verso una nuova avventura.
Perché il cuore assomiglia molto a una tasca. Se la riempi fino all'orlo di ciò che temi di perdere, non resta spazio per le meraviglie che stanno cercando di raggiungerti.