C’è una sera, in tutta Italia, in cui le filastrocche cambiano regime. È la sera del 5 gennaio, quando nelle cucine si abbassa il volume della tele, si appendono le calze al camino, e qualcuno (di solito la nonna, ma anche il papà se è di buona pasta) comincia a recitare a memoria la stessa filastrocca che ha imparato cinquant’anni fa dalla sua di nonna. Le parole non sono mai esattamente le stesse, le rime ballano da una regione all’altra, ma il ritmo è uguale ovunque. È il ritmo della Befana che arriva.
Noi Magikitos amiamo le filastrocche italiane perché sono un piccolo monumento orale che resiste a tutto: alle epoche, ai social, alle tendenze. La filastrocca della Befana è uno dei più belli di questo monumento. Oggi te la raccontiamo nelle sue versioni più famose, ti spieghiamo da dove viene, ti diamo qualche variante regionale, e ti suggeriamo come trasmetterla ai bambini di oggi senza farla sembrare polverosa. Mica facile, ma si fa.
Qual è la filastrocca della Befana più famosa?
La versione più conosciuta in tutta Italia, quella che ogni bambino italiano ha sentito almeno una volta in vita sua, recita: La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte, col vestito alla romana, viva viva la Befana. Quattro versi, due rime baciate, ritmo trottante che si ricorda al volo. Esiste da almeno un secolo, è stata tramandata oralmente attraverso le scuole e le famiglie, e oggi è la prima cosa che molti italiani recitano quando qualcuno dice la parola Befana. Mica una filastrocca pomposa, è un piccolo tamburo verbale che annuncia una vecchina con la scopa. Non c’è niente di più italiano.
Il punto importante è il ritmo, non il senso. Le scarpe tutte rotte non sono una metafora sociale del 1920, sono semplicemente quello che si vede quando una vecchina con la scopa entra in casa di notte dopo aver fatto migliaia di chilometri sui tetti. Il vestito alla romana è una versione popolare di abito tradizionale italiano. Tutto torna, anche se nessuno ci pensa quando lo recita.
Testo completo della filastrocca classica
Esiste una versione corta (i quattro versi famosi sopra) e una versione lunga che si recitava più spesso nei salotti dei primi del Novecento. La versione lunga, più ricca e a volte più lunatica, è quella che le nonne tirano fuori quando sentono che i bambini hanno voglia di una storia lunga la sera del 5 gennaio. Ecco una delle varianti più diffuse:
La versione lunga aggiunge il sottotesto morale della Befana, dolci ai buoni e carbone ai capricciosi, in due strofe parallele che si specchiano. Mica un’invenzione recente, è la struttura tradizionale del racconto natalizio italiano, premio e ramanzina nello stesso respiro. La metrica è quasi sempre ottonari con rime baciate, una formula musicale che entra in testa al volo e ci resta per la vita.
Quali sono le varianti regionali della filastrocca?
Tante. Praticamente ogni regione italiana ha la sua sfumatura, alcune più note di altre. In Romagna si sente spesso una versione che inizia con La Befana vien di sera e gioca su rime con bandiera e galera. In Sicilia, dove la Befana incrocia tradizioni più antiche, ci sono versioni in dialetto siciliano che hanno un ritmo più lungo e più cantato. In Veneto e Friuli le varianti sostituiscono il vestito alla romana con un vestito tutto a toppe, riflettendo una Befana più rustica del nord-est. Ogni regione cuce sopra il telaio comune le sue parole, i suoi suoni, i suoi piccoli aggiustamenti. Il bello è proprio questa varietà sul motivo unico.
Se vuoi capire l’intero quadro culturale prima di immergerti nelle filastrocche, leggi la nostra storia e folclore della Befana, dove raccontiamo da dove viene questa figura prima che si mettesse a fare il giro d’Italia in scopa.
Da dove viene questa filastrocca?
Dalla tradizione orale ottocentesca e novecentesca italiana, probabilmente nata nelle aree centrali (Lazio, Umbria, Marche, Toscana) e diffusa poi attraverso la scuola elementare italiana del primo Novecento. Non c’è un autore noto, perché le filastrocche popolari non si scrivono firmate, si tramandano. Le prime trascrizioni documentate risalgono agli anni venti e trenta del Novecento, nei libri di letture per le scuole rurali, ma la versione orale era già diffusa molto prima. È una di quelle creature culturali che esistono nelle bocche prima ancora che esistano sulle pagine.
Mica una filastrocca da museo. È una filastrocca da cucina. E in cucina vive ancora oggi, recitata a memoria ogni 5 gennaio sera da migliaia di nonne italiane e da bambini di quarta elementare che la imparano ancora a scuola, nel sussidiario o sulla LIM, anche se la LIM è un po’ meno romantica del libro stampato in monocolore.
Quali altre canzoni tradizionali parlano della Befana?
Diverse, anche se la filastrocca è la forma più conosciuta. Esistono canzoncine cantate dalle classi elementari (Befana cara Befana è quella più ripresa nei sussidiari), ninne nanne befaniste delle aree contadine del centro-sud, canti dialettali napoletani che mescolano Pulcinella e Befana nello stesso giro armonico, e versioni più recenti scritte da cantautori per i loro figli e poi diventate pubbliche. Le canzoni vere e proprie hanno strutture musicali più ricche delle filastrocche, ma il cuore è lo stesso: ritmo trottante, rime baciate, immagini visive forti, e il finale che annuncia o premia.
Come si insegna la filastrocca ai bambini?
Recitandola ad alta voce, con il ritmo battuto sulle gambe come un piccolo tamburo, e ripetendola tre o quattro volte di fila fino a che il bambino non comincia a unirsi spontaneamente. La filastrocca della Befana ha il vantaggio di essere strutturata su rime baciate facili (notte/rotte, romana/Befana), che si imprimono nella memoria dei bambini in pochissime ripetizioni. Il segreto pedagogico vero è non spiegarla. Non dire ai bambini cosa significano le scarpe tutte rotte o il vestito alla romana, lasciali entrare nel ritmo prima del senso. Il senso arriverà negli anni, da solo, mentre il ritmo è già lì stasera.
L’altro segreto è ricitarla insieme la stessa sera, ogni anno, sempre nello stesso momento (mentre si appendono le calze, mentre si beve il latte caldo, mentre si guarda la finestra aspettando). Quel piccolo gesto rituale, ripetuto cinque o sei anni di fila, trasforma la filastrocca in memoria viva. Da adulti, i tuoi figli reciteranno quella stessa filastrocca senza più ricordarsi quando l’hanno imparata. Sarà semplicemente dentro di loro, come una piega della pelle.
La filastrocca della Befana fa rima per caso?
No, le rime sono strutturate apposta per favorire la memoria. La filastrocca segue il modello classico dell’ottonario italiano, otto sillabe per verso, con rime baciate (AABB), che è la metrica più memorizzabile della tradizione poetica orale italiana. Notte rima con rotte, romana rima con Befana, in modo prevedibile e quasi cantilenante. Questa scelta tecnica è anche il motivo per cui la filastrocca è sopravvissuta cento anni mentre tante altre filastrocche di quegli stessi decenni sono sparite: il suono trascina la memoria, e la memoria ne fa una piccola istituzione domestica.
Mica casuale neanche il vocabolario: le scarpe sono rotte (parola corta, sonora), il vestito è alla romana (immagine visiva chiara), i carboni sono cenere e carboni (parole forti, leggermente spaventose ma controllabili). Ogni parola è scelta per il suono prima che per il significato. È poesia popolare di altissima qualità tecnica, anche se nessuno la chiama così.
Esistono ancora, in molte famiglie italiane, taccuini di carta ingiallita dove le nonne hanno annotato le filastrocche che le loro mamme cantavano. Conservali se ne hai uno in casa, fotografalo, leggilo ai bambini. Quei taccuini sono il vero archivio della memoria orale italiana, molto più completo di qualsiasi raccolta pubblicata, perché ogni famiglia ha messo dentro le sue varianti, le sue annotazioni, i suoi piccoli ricordi.
Una filastrocca scritta a mano da una bisnonna vale più di mille filastrocche stampate.
Quale ninna nanna italiana parla della Befana?
Esistono alcune ninne nanne befaniste delle aree contadine del centro Italia, anche se sono meno conosciute della filastrocca. Una delle più dolci è quella che inizia con Dormi piccino mio, che la Befana sta passando, e prosegue con immagini di scopa, calze e biscotti che la nonna canta lentamente per addormentare il bambino la sera del 5 gennaio. È una ninna nanna molto specifica, legata al momento dell’addormentamento dopo che la calza è stata appesa al camino, e ha la funzione doppia di calmare il bambino e creare l’attesa magica per la mattina dopo. Il ritmo è più lento della filastrocca, più mormorato, più simile a un respiro che a un canto.
Se non ne conosci nessuna, inventane una tu. La tradizione delle ninne nanne italiane è sempre stata viva proprio perché le mamme e le nonne le inventavano sulla base di melodie semplici e parole personali. Non c’è bisogno di un copyright per cantare a un bambino la sera del 5 gennaio. Mica complicato.
Come si trovano oggetti artigianali per accompagnare la filastrocca?
In atelier che capiscono la tradizione, non solo l’estetica. Una filastrocca della Befana cantata in una stanza con calze di plastica e oggetti decorativi industriali perde gran parte della sua magia. La stessa filastrocca in una stanza con una calza artigianale appesa al camino, una piccola figurina di legno della Befana posata sul tavolino, e qualche piccolo tesoro tradizionale (un mandarino fresco, un bastoncino di cannella, un sasso di fiume) diventa improvvisamente teatro vivente. Noi Magikitos lavoriamo con Carmen a Taramundi per le piccole figure di Befana e accompagnatori, che trovi nelle nostre fate, e per i piccoli oggetti rituali nei nostri tesori.
Una filastrocca non è solo parole. È un piccolo motore di memoria che trasporta una generazione fino alla successiva, una notte di gennaio alla volta.
I Magikitos, dall’atelier di Taramundi
Come si canta in famiglia la sera dell’Epifania?
Con la cerimonia minima ma chiara. Si abbassa il volume della tele, si chiama tutti in cucina o in salotto, si appendono le calze al camino o vicino alla finestra, si prepara una piccola coppetta di latte o un mandarino sul davanzale per la Befana, e a quel punto la nonna (o chi fa le sue veci) recita la filastrocca classica alta e chiara. I bambini ripetono dopo. Si canta una seconda volta tutti insieme. Si fa un piccolo brindisi con il latte caldo. Si va a letto, con la filastrocca ancora in testa, che diventerà sogno entro pochi minuti. È questo il rituale, semplicissimo eppure efficacissimo, che le famiglie italiane mettono in scena ogni 5 gennaio sera da generazioni.
Una variante un po’ più ricca, per le famiglie che hanno tempo: dopo la filastrocca, si racconta un piccolo aneddoto vero della famiglia legato a una Befana del passato (Te lo ricordi quando il nonno aveva nove anni e ha trovato il carbone nella calza perché aveva fatto cadere la zia nel pozzo del giardino?). Quell’aneddoto incollato alla filastrocca è quello che la fa entrare nella memoria emotiva del bambino, non solo in quella verbale.
Si possono inventare nuove filastrocche per la Befana?
Assolutamente sì, e noi Magikitos lo incoraggiamo da sempre. La tradizione della filastrocca non è un museo chiuso, è un giardino che si pianta ogni generazione. Inventa una filastrocca con i tuoi figli, magari basata su un dettaglio reale della tua casa (la scala che scricchiola, il gatto che dorme sul divano, il cuscino preferito che cade sempre dalla poltrona), tieni il ritmo classico dell’ottonario italiano e le rime baciate, e vedrai che in cinque minuti hai una piccola creazione di famiglia che potrai tramandare ai nipoti. È così che le filastrocche nascono da quasi sempre. Qualcuno le ha inventate al momento e poi sono cresciute.
Un esempio di filastrocca di famiglia che potresti scrivere stasera con i tuoi bambini: Befana vieni vieni, lascia a casa i tuoi pasticci, porta a Lia ed Edoardo, solo doni e tanti baci. Quattro versi, otto sillabe, rime baciate. Inseriscine il nome dei tuoi figli, la tua città, una citazione di un momento della famiglia. Se tieni la struttura, il resto viene da solo. Tradizione vivente, mica nostalgia statica.