Cosa significa
Coccio, oltre a essere il pezzo di terracotta rotto, in parlata comune diventa una persona dura di testa e testarda, uno che non si schioda manco se glielo ripeti cento volte. Spesso si dice a un bambino monello o caparbio, con tono tra lo sgridone e l’affettuoso. Classico anche in coccio duro.
Esempi d'uso
"Oh, coccio, te l’ho detto cento volte: non salire sul divano con le scarpe. Ti gira la testa? È perché ce l’hai di terracotta!"
"Il nipotino è un coccio della Madonna, gli dico per la quarta volta di non saltare sul divano e lui mi guarda dritto negli occhi e salta più in alto di prima, sorridendo."
"Mio nonno è il classico coccio del paese, ottantotto anni, due bypass, e ogni mattina pretende di pedalare fino al fiume per dare il pane ai cigni. Niente lo convince a fare diversamente."
Da dove viene
Coccio nasce dal latino tardo coceus, frammento di terracotta cotta, e ha conservato per secoli il senso fisico del pezzo di anfora o di vaso rotto rimasto a terra. La metafora con la testa dura viene dalla resistenza del cotto: il coccio non si piega, non si modella, lo butti contro il muro e quello rimbalza. Da lì il salto al ragazzino testardo o al collega che non sente ragione è stato breve, già documentato nei dialetti centro-italiani fra Ottocento e Novecento.
Altri modi di dirlo
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