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Abbiocco
Giorgia · Lazio
"Cecagna. Sarebbe l'abbiocco che viene dopo aver mangiato tanto. Chivo. Dopo quel pranzo enorme mi ha presa una cecagna assurda, ho gli occhi che si chiudono da soli e mi sa che tra poco mi addormento sul divano."
Abbiocco
Francesca · Lazio
"L'abbiocco è quel momento epico del collasso post-prandiale inevitabile, cioè quando i tuoi occhi si chiudono lentamente da soli senza chiederti il permesso e il mondo intero scompare gradualmente in un sogno fatto di carboidrati pesanti e cuscini morbidi accoglienti. Per esempio, dopo quel peatto di Amatriciana mi hai preso un abbiocco che non mi svegliava neanche un cannone."

Abbiocco

Quella sonnolenza cosmica che ti piomba addosso dopo il pranzo della domenica, quando hai sfondato di pasta al forno e ti senti il divano che ti chiama per nome. Non è stanchezza normale, è roba seria, una specie di rito digestivo nazionale. Il corpo manda tutto il sangue allo stomaco e il cervello stacca. Sacro come la moka e intoccabile come la partita del dopo pranzo.

"Dopo le lasagne de mamma m'è preso 'n abbiocco della Madonna, ho dormito tre ore sur divano co' la telecronaca de fondo"
Apericena
Francesca · Lazio
"L'apericena è quel mix geniale, a volte anche letale, tra l'aperitivo e una cena vera e propria. Quindi bevi e nel frattempo ti riempi il piatto di pasta fredda, pizzette untissime, tartine di vario tipo. Quindi per esempio si può dire, facciamoci un apericena, così spendiamo poco e ci sfondiamo di cibo. Sottotitoli creati dalla comunità Amara.org"

Apericena

La sacra fusione tra aperitivo e cena: un evento sociale dove ci si strafoga di stuzzichini mentre si chiacchiera in riva al mare, il tutto accompagnato da spritz a ripetizione.

"Ieri sera apericena sulla spiaggia: mi sono abbuffato come se non ci fosse un domani!"

Dolcetto

Termine affettuoso nato in Molise, che mescola il sapore dello zucchero con una strizzata d'occhio sorniona. Chiami dolcetto una persona che ha quella grazia leggera, quasi infantile, ma con un retrogusto di presa in giro bonaria, come dire 'sei troppo carina per essere vera'.

"Ehi dolcetto, vieni qui che dobbiamo parlare di quel disastro che hai combinato in cucina!"

Paninaro

Termine nato negli anni '80, soprattutto a Milano, per indicare il ragazzo fissato con capi firmati, look impeccabile e mode del momento. Non è solo uno che si veste bene, è uno che dell'apparenza fa quasi una religione da bar e marciapiede.

"Guarda quel paninaro, sembra uscito da una rivista di moda ogni volta che entra al bar!"
Rosicare
Gaia · Roma
"Rosicare, ecco il verbo che viene proprio dal gergo romano, ma che ormai è più inutilizzato su tutto il territorio italico, e si utilizza per indicare un fastidio, o comunque sfortuna, o qualcosa che proprio non ci scende giù. Per esempio, tu hai mezz'ora che giri nel quartiere per cercare parcheggio, arriva la smart, si infila in quei due centimetri che ha trovato, e tu stai a rosicare, perché quella ha parcheggiato in due secondi, e tu so 30 minuti che cerchi parcheggio."
Rosicare
Francesca · Lazio
"Rosicare è un verbo che si utilizza quando si è consumati dall'invidia o dal rancore, quando vedi che qualcun altro sta meglio di te e sei appunto invidioso e non hai paura di dirlo, quindi magari fai delle battutine un po' acide. Ed è molto utilizzato nello slang romano, spesso in coppia con Terode o Rosica e quindi rende proprio l'idea di qualcosa che ti sta consumando. Quindi si può dire, per esempio, dopo aver visto le foto delle vacanze di Claudio alle Maldive Gianni ha iniziato a rosicare fortissimo."

Rosicare

Vuol dire essere consumati dall’invidia o dal rancore quando qualcun altro sta meglio di te: ti brucia e lo fai vedere, magari con battutine acide. In slang romano è super comune, spesso in coppia con te rode o rosica, e rende proprio l’idea di qualcosa che ti mastica dentro. Si usa per sfottere chi non regge un successo altrui o un’esclusione.

"Aò, hai visto Gigi? Gli hanno dato la promozione e Marco rosica da morì, fa finta de ride ma sta col veleno in bocca."

Sbafata

Quando ti mangi tutto quello che hai davanti così velocemente che pure il tuo piatto finisce per avere paura. È l'apice dell'arte del rimpinzarsi senza freni.

"Non ci posso credere, Nino si è fatto una sbafata da campione, ha finito tre porzioni di orecchiette prima ancora che io iniziassi!"

Scarpetta

Quando usi il pane per raccogliere il sugo rimasto nel piatto. È un'arte, non solo una tecnica: bisogna padroneggiarla senza far sbriciolare il pane dappertutto.

"Non importa quanto sia buono il pasto, se non fai la scarpetta alla fine, ti sei perso il meglio!"

Schiscetta

Il pranzo al sacco portato da casa, spesso un mix di avanzi che ti scampi dalle mense care e affollate.

"Oggi in ufficio mi sparo una schiscetta da urlo: risotto ai funghi avanzato e polpette di mamma!"

Triunfata

Vuol dire abbuffata memorabile, una mangiata da festa in cui la tavola sembra non finire mai. La usi quando hai esagerato con primi, carne, pane e dolci e poi ti alzi con la pancia dura e l’orgoglio di chi ha vinto contro le porzioni. Perfetta dopo pranzi di famiglia e sagre dove ti dicono mangia ancora.

"Mo’ capisci perché cammino piano: a casa di zia abbiamo fatto una triunfata di lagane e ceci, salsiccia e dolci, non respiro."

Esse' un vitello

Modo scherzoso per dire che uno sta a magnà come un forsennato, senza freni, tipo vitello all’ingrasso. Si usa per prenderlo in giro quando fa doppia porzione, spazzola pane e scarpetta e poi chiede pure il dolce. Nel parlato di Roma gira spesso tra amici e in famiglia, più bonario che cattivo.

"Ao, te sei fatto due piatti de carbonara e stai a rubà pure le patatine a mia sorella: oggi sei proprio esse' un vitello."

Mpezzà

Vuol dire buttarsi a mangiare con una foga un po’ animalesca, senza garbo e senza tregua, spesso sporcandosi o facendo casino. Si dice di chi si avventa sul piatto perché ha una fame nera o perché proprio non si contiene. Di solito suona ironico o canzonatorio, non elegante.

"Eravamo alla sagra e lui, manco seduto, ha visto la salsiccia e s’è messo a mpezzà che pareva non mangiasse da tre giorni."

Mangiare come un ciùciu

Vuol dire mangiare a raffica, con poca grazia e zero pause, come se ti avessero tenuto a digiuno da giorni. Di solito lo si dice per prender bonariamente in giro l’amico che si spazzola tutto e fa pure scarpetta. È un’immagine un po’ animale, ma in bocca ai genovesi suona più da sfottò che da insulto.

"Belin, al bar Marco s’è calato due tranci di fugassa e mezzo piatto di trofie, mangiava come un ciùciu, neanche respirava."

Sciatòn

Sciatòn è la colazione che smette di fare la timida e diventa quasi un pasto intero. Non è il caffettino al volo: è cappuccio, brioche, magari anche qualcosa di salato, tavolino pieno e pancia che applaude. Si dice spesso con ironia quando al bar ti sei trattato bene e poi il pranzo lo guardi da lontano.

"Stamattina el Giulio s’è fatto uno sciatòn al baretto: cappuccino doppio, brioche gigante, spremuta e toast. Poi in ufficio diceva che il pranzo era opzionale."

Mettere l'acqua sul fuoco

Vuol dire mettere la pentola d’acqua a scaldare per iniziare a cucinare, tipicamente la pasta. Per estensione si usa anche per dire che è ora di muoversi e far partire i preparativi, tipo quando stai perdendo tempo e qualcuno ti sveglia. Non è un modo di dire misterioso, è proprio cucina di casa, ma rende bene l’idea del primo passo: accendi e poi si corre.

"Smettila di scrollare, dai: metti l’acqua sul fuoco che arrivano gli amici e la cena non si fa da sola, eh."

Spolpare

Vuol dire togliere la polpa da qualcosa, come fai con un osso a tavola, e per estensione sfruttare o spremere fino all’ultima goccia. Si usa per libri, appunti, serie TV, ma anche per persone o situazioni quando uno ci guadagna tutto e lascia agli altri le briciole. Ha un tono colloquiale, un po’ da bar: ti fa capire che non è rimasto niente.

"Per l’orale mi sono fatto prestare gli appunti di Giulia e li ho spolpati: evidenziati, riassunti, post-it ovunque. Ora sono un libro d’arte astratta."

Tsucciavino

Modo di dire per bollare, spesso con ironia, la persona che non si gode niente e trova sempre il difetto: al bar, a tavola, pure in gita. È il classico criticone da lamento facile, uno che ha sempre qualcosa da ridire anche quando va tutto bene. Usato tra amici o in famiglia, più da sfottò che da insulto pesante.

"Ohé, abbiamo preso la polenta concia e tu a dire che è salata, che il vino è acido, che la musica fa schifo. Tsucciavino totale."

Acquetta

Nome da finta acqua per la grappa o il distillato fatto in casa, quello che sembra innocuo e invece ti incendia gola e stomaco. Lo usi per prendere in giro chi te lo offre con aria tranquilla, come se fosse succo di frutta. Di solito gira in cantina o dopo pranzo, e dopo il primo sorso capisci che era tutto tranne che acquetta.

"Oh nonno, sta acquetta è proprio acqua? Dopo due dita mi s'è arrossata la faccia e ora canto come allo stadio."

Magna tranquillo

Modo romanissimo per dire: rilassati e non te fa venì l’ansia. Magna è il classico imperativo di Roma, e qui non parla davvero di cibo: è un invito a prenderla larga, a non drammatizzare e a godersi il momento. Si usa tra amici, spesso con tono bonario o un filo ironico quando qualcuno sta a sbroccà.

"Aò, s'è bloccata la metro e arriviamo tardi? Daje, magna tranquillo, ce famo 'na passeggiata e ar capo je diciamo che era caos totale."

Voci del popolo

La teoria va benissimo, ma quello che ci piace davvero è sentire la gente nel suo flow naturale. Se conosci un'espressione bella delle tue parti, portala. E se c'è già, dalle la tua voce. La mappa sonora la costruiamo insieme.

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