"Cecagna. Sarebbe l'abbiocco che viene dopo aver mangiato tanto. Chivo. Dopo quel pranzo enorme mi ha presa una cecagna assurda, ho gli occhi che si chiudono da soli e mi sa che tra poco mi addormento sul divano."
"L'abbiocco è quel momento epico del collasso post-prandiale inevitabile, cioè quando i tuoi occhi si chiudono lentamente da soli senza chiederti il permesso e il mondo intero scompare gradualmente in un sogno fatto di carboidrati pesanti e cuscini morbidi accoglienti. Per esempio, dopo quel peatto di Amatriciana mi hai preso un abbiocco che non mi svegliava neanche un cannone."
Abbiocco
Quella sonnolenza cosmica che ti piomba addosso dopo il pranzo della domenica, quando hai sfondato di pasta al forno e ti senti il divano che ti chiama per nome. Non è stanchezza normale, è roba seria, una specie di rito digestivo nazionale. Il corpo manda tutto il sangue allo stomaco e il cervello stacca. Sacro come la moka e intoccabile come la partita del dopo pranzo.
"L'apericena è quel mix geniale, a volte anche letale, tra l'aperitivo e una cena vera e propria. Quindi bevi e nel frattempo ti riempi il piatto di pasta fredda, pizzette untissime, tartine di vario tipo. Quindi per esempio si può dire, facciamoci un apericena, così spendiamo poco e ci sfondiamo di cibo. Sottotitoli creati dalla comunità Amara.org"
Apericena
La sacra fusione tra aperitivo e cena: un evento sociale dove ci si strafoga di stuzzichini mentre si chiacchiera in riva al mare, il tutto accompagnato da spritz a ripetizione.
Dolcetto
Termine affettuoso nato in Molise, che mescola il sapore dello zucchero con una strizzata d'occhio sorniona. Chiami dolcetto una persona che ha quella grazia leggera, quasi infantile, ma con un retrogusto di presa in giro bonaria, come dire 'sei troppo carina per essere vera'.
Paninaro
Termine nato negli anni '80, soprattutto a Milano, per indicare il ragazzo fissato con capi firmati, look impeccabile e mode del momento. Non è solo uno che si veste bene, è uno che dell'apparenza fa quasi una religione da bar e marciapiede.
"Sta rosicà vuol dire essere invidioso di un qualcosa o di una persona, tipo guarda quanto sta rosicà solo perché ho vinto."
"Rosicare, ecco il verbo che viene proprio dal gergo romano, ma che ormai è più inutilizzato su tutto il territorio italico, e si utilizza per indicare un fastidio, o comunque sfortuna, o qualcosa che proprio non ci scende giù. Per esempio, tu hai mezz'ora che giri nel quartiere per cercare parcheggio, arriva la smart, si infila in quei due centimetri che ha trovato, e tu stai a rosicare, perché quella ha parcheggiato in due secondi, e tu so 30 minuti che cerchi parcheggio."
"Rosicare è un verbo che si utilizza quando si è consumati dall'invidia o dal rancore, quando vedi che qualcun altro sta meglio di te e sei appunto invidioso e non hai paura di dirlo, quindi magari fai delle battutine un po' acide. Ed è molto utilizzato nello slang romano, spesso in coppia con Terode o Rosica e quindi rende proprio l'idea di qualcosa che ti sta consumando. Quindi si può dire, per esempio, dopo aver visto le foto delle vacanze di Claudio alle Maldive Gianni ha iniziato a rosicare fortissimo."
Rosicare
Vuol dire essere consumati dall’invidia o dal rancore quando qualcun altro sta meglio di te: ti brucia e lo fai vedere, magari con battutine acide. In slang romano è super comune, spesso in coppia con te rode o rosica, e rende proprio l’idea di qualcosa che ti mastica dentro. Si usa per sfottere chi non regge un successo altrui o un’esclusione.
Sbafata
Quando ti mangi tutto quello che hai davanti così velocemente che pure il tuo piatto finisce per avere paura. È l'apice dell'arte del rimpinzarsi senza freni.
Scarpetta
Quando usi il pane per raccogliere il sugo rimasto nel piatto. È un'arte, non solo una tecnica: bisogna padroneggiarla senza far sbriciolare il pane dappertutto.
Schiscetta
Il pranzo al sacco portato da casa, spesso un mix di avanzi che ti scampi dalle mense care e affollate.
Triunfata
Vuol dire abbuffata memorabile, una mangiata da festa in cui la tavola sembra non finire mai. La usi quando hai esagerato con primi, carne, pane e dolci e poi ti alzi con la pancia dura e l’orgoglio di chi ha vinto contro le porzioni. Perfetta dopo pranzi di famiglia e sagre dove ti dicono mangia ancora.
Esse' un vitello
Modo scherzoso per dire che uno sta a magnà come un forsennato, senza freni, tipo vitello all’ingrasso. Si usa per prenderlo in giro quando fa doppia porzione, spazzola pane e scarpetta e poi chiede pure il dolce. Nel parlato di Roma gira spesso tra amici e in famiglia, più bonario che cattivo.
Mpezzà
Vuol dire buttarsi a mangiare con una foga un po’ animalesca, senza garbo e senza tregua, spesso sporcandosi o facendo casino. Si dice di chi si avventa sul piatto perché ha una fame nera o perché proprio non si contiene. Di solito suona ironico o canzonatorio, non elegante.
Mangiare come un ciùciu
Vuol dire mangiare a raffica, con poca grazia e zero pause, come se ti avessero tenuto a digiuno da giorni. Di solito lo si dice per prender bonariamente in giro l’amico che si spazzola tutto e fa pure scarpetta. È un’immagine un po’ animale, ma in bocca ai genovesi suona più da sfottò che da insulto.
Sciatòn
Sciatòn è la colazione che smette di fare la timida e diventa quasi un pasto intero. Non è il caffettino al volo: è cappuccio, brioche, magari anche qualcosa di salato, tavolino pieno e pancia che applaude. Si dice spesso con ironia quando al bar ti sei trattato bene e poi il pranzo lo guardi da lontano.
Mettere l'acqua sul fuoco
Vuol dire mettere la pentola d’acqua a scaldare per iniziare a cucinare, tipicamente la pasta. Per estensione si usa anche per dire che è ora di muoversi e far partire i preparativi, tipo quando stai perdendo tempo e qualcuno ti sveglia. Non è un modo di dire misterioso, è proprio cucina di casa, ma rende bene l’idea del primo passo: accendi e poi si corre.
Spolpare
Vuol dire togliere la polpa da qualcosa, come fai con un osso a tavola, e per estensione sfruttare o spremere fino all’ultima goccia. Si usa per libri, appunti, serie TV, ma anche per persone o situazioni quando uno ci guadagna tutto e lascia agli altri le briciole. Ha un tono colloquiale, un po’ da bar: ti fa capire che non è rimasto niente.
Tsucciavino
Modo di dire per bollare, spesso con ironia, la persona che non si gode niente e trova sempre il difetto: al bar, a tavola, pure in gita. È il classico criticone da lamento facile, uno che ha sempre qualcosa da ridire anche quando va tutto bene. Usato tra amici o in famiglia, più da sfottò che da insulto pesante.
Acquetta
Nome da finta acqua per la grappa o il distillato fatto in casa, quello che sembra innocuo e invece ti incendia gola e stomaco. Lo usi per prendere in giro chi te lo offre con aria tranquilla, come se fosse succo di frutta. Di solito gira in cantina o dopo pranzo, e dopo il primo sorso capisci che era tutto tranne che acquetta.
Magna tranquillo
Modo romanissimo per dire: rilassati e non te fa venì l’ansia. Magna è il classico imperativo di Roma, e qui non parla davvero di cibo: è un invito a prenderla larga, a non drammatizzare e a godersi il momento. Si usa tra amici, spesso con tono bonario o un filo ironico quando qualcuno sta a sbroccà.